Archive for March, 2006

Prodi sul cuneo sta sbagliando tutto

Thursday, March 30th, 2006

Uno dei punti fondamentali del programma di Romano Prodi è l’abbassamento di 5 punti percentuali del cuneo fiscale.
Il cuneo fiscale,per chi non lo sapesse, è la differenza fra i costi sostenuti dall’imprenditore per l’assunzione di un lavoratore (il salario più i contributi alla sicurezza sociale) e il reddito del lavoratore dopo le tasse e le indennità (il reddito netto). Insomma, in parole poverissime, la differenza tra quanto un lavoratore percepisce e quanto realmente costa all’azienda.

L’OCSE ci dice che, in questo momento, il cuneo fiscale pesa per il 45.5% sui costi del lavoro nel nostro paese. Il rapporto ci racconta di un area europea in cui il cuneo pesa mediamente il 42.5%, ma peggio di noi stanno Germania e Francia (oltre il 50%).
L’Ocse ha a più riprese ribadito la sua posizione riguardo al mercato del lavoro, sintetizzabile nella dicitura “più mercato,meno stato”. Pe capirlo,basta dare uno sguardo al “Jobs Study” dell’organizzazione.
Si tratta di uno studio articolato e completo che, a partire dal 1992, analizza le dinamiche del sistema dei mercati del lavoro e propone strategie volte al miglioramento della situazione esistente.
L’Ocse ritiene, a nostro avviso giustamente, che il reale problema dell’occupazione riguardi il mancato adattamento del sistema giuslavoristico alle nuove dinamiche economiche.

In buona sostanza, il sistema esistente sopratutto in Italia non risponde più alle esigenze derivanti dalla globalizzazione dei mercati e non riesce nemmeno a garantire stabilità ai redditi dei lavoratori, portando con sè il controverso risultato di distruggere ciò che si vorrebbe difendere (il posto di lavoro).
Le delocalizzazioni sono proprio questo: le imprese, oberate da un sistema rigido, creano occupazione altrove. Ciò che i sindacati vorrebbero difendere assieme al sistema, viene in realtà completamente spazzato via.

Siamo ancora una volta a ribadire che la scelta non è tra lavoro flessibile o lavoro a tempo indeterminato; la scelta è tra lavoro e non lavoro.

Ora la domanda è: serve la riduzione del cuneo fiscale? E se si, in che termini?
La riduzione serve (e lo ribadisce anche l’OCSE) ma deve essere pensata in maniera tale da non intaccare gli oneri contributi necessari a finanziare la spesa sociale.
La soluzione è quella intrapresa dal governo: un punto percentuale all’anno è una misura assolutamente sostenibile.

Prodi però l’ha sparata grossa dicendo 5 punti nei primi cento giorni. Ma non è una cosa detta a caso. Dietro c’è, probabilmente, un accordo politico con la sinistra estrema.
Abolizione della legge Biagi (accontentando sindacati e comunisti) e taglio drastico del cuneo fiscale (sistemando confindustria e moderati).

Non è una soluzione seria. Primo perchè potrebbe risultare utilissima alle grandi imprese ma assolutamente innocua verso le piccole-medie industrie.
Secondo perchè finirebbe con il creare un sistema in cui il lavoro costerebbe di meno ma con un mercato bloccato. Ciò porterebbe nuovamente i datori di lavoro alla ricerca di sistemi di elusione e di fuga dal diritto. Ritorneremo cioè ai co.co.co progettati da Treu, magari sotto altra veste.
Il costo del lavoro è un problema serio, ma va risolto con misure organiche e non estemporanee. Se alla riduzione drastica del cuneo, non accompagniamo massicce dosi di flessibilità saremo comunque al punto di partenza.

L’Ocse,infatti, fa notare:

“Ridurre il cuneo fiscale è un obiettivo molto seducente, ma è più difficile a dire che a fare, in quanto significa ridurre le spese sociali (…)
Proprio nel momento in cui la popolazione invecchia, è difficile tagliare i prelievi sui salari, perché rappresentano una larga fetta del reddito fiscale e finanziano i regimi sociali”

Ciò significa solo una cosa: tagliare cinque punti di cuneo in 100 giorni oltre che matematicamente impossibile potrebbe risultare socialmente devastante.
E’ sicuramente meglio agire sulla leva normativa e cercare di adattare il sistema del diritto al sistema economico, rendendo tutto più armonico.
Proprio l’Ocse ci da la soluzione, che non è di questi giorni ma di qualche anno fa ed è racchiusa nella “Job Creation Strategy” dell’organizzazione:

“Creare condizioni che favoriscano la diffusione di contratti di lavoro flessibile, sopratutto attraverso incentivi fiscali e contributivi  alla riduzione dell’orario di lavoro e al ricorso a prestazioni di lavoro a tempo parziale”

Per la cronaca, è l’esatto contrario di ciò che va sostenendo il professor Prodi riguardo alla tassazione del lavoro flessibile.

 

Chissà dov’era casa mia

Thursday, March 30th, 2006

 

Bingo! Nel breve volgere di una settimana ho trovato cittadinanza politica in questo paese. Prima i Riformatori Liberali, adesso Jinzo spiazza tutti e lancia l’idea giusta.

Noi ci siamo. L’idea di un aggregazione liberale ci piace, moltissimo. E crediamo davvero possa diventare un pungolo importante per la politica dei palazzi, che spesso si dimentica di quante buone idee vengano dalla società civile.
Siamo qui per ricordarglielo.

Unico atroce dubbio: i socialisti. Per me le squadre in campo sono due,da sempre. La socialdemocrazia e il Liberalesimo. Unirle mi pare una sciocchezza elettorale degna solo di Enrico Boselli. Personalmente non commetterei l’errore.

 

Un professore e un Grillo

Monday, March 27th, 2006

Nel suo blog, Beppe Grillo, ha ancora una volta criticato duramente la legge Biagi. Questa volta rilanciando un’analisi del professor Gallegati.

In sostanza l’analisi dice che i dati sono truccati e non va nemmeno tanto per il sottile. Però ci sono delle parti che andrebbero analizzate con maggior cura, ci sono alcune contraddizioni di cui il Professore non può non essersi accorto. Andiamo con ordine.

1) Il Professor Gallegati:Se su deficit e debito pubblico, Pil, competitività internazionale e indebitamento delle famiglie siamo tutti unanimi nel dire che le dinamiche sono state tra il bruttino e il disastroso, quelle sull’occupazione sono statistiche che il centro destra porta con sicurezza a vanto del proprio operato. Almeno sinora. Poi qualche giorno fa l’Istat ha detto che l’anno scorso l’occupazione è calata – e Tremonti ha ribattuto che non è vero, e che per lui “conta solo l’Eurostat” (dimenticandosi che all’Eurostat i dati li dà l’Istat).

Tremonti non si riferiva ai dati sull’occupazione, bensì a quelli sul debito pubblico. E aggiungeva che le preoccupazioni maggiori che i tecnocrati europei hanno, riguardano i conti di Francia e Germania (e il loro debito pubblico),non il nostro.
Riguardo alla situazione occupazionale, a rispondere fu Maurizio Sacconi, che disse: “In realtà, dal 2001 l’occupazione regolare è cresciuta in misura maggiore alla crescita del Pil e questo grazie a più facili canali di accesso al mercato del lavoro” e ancora ribadiva la differenza, sostanziale, tra unità di lavoro e persone al lavoro.
Qui Tremonti è citato assolutamente a sproposito (non rispondeva a quella domanda) e viene omessa (volutamente?) la reale riposta del Governo, tramite il suo sottosegretario al Welfare, nonchè estensore del Libro Bianco sul mercato del lavoro (che tutti credono di conoscere a memoria).

2)Gallegati: La prima cosa da dire è che l’occupazione è cresciuta durante il centro destra. Ma la crescita era già in atto con il centro sinistra. La “piccola” differenza, è che durante il centro sinistra l’occupazione parte fiacca e poi cresce, durante il centro destra parte crescendo, e rallenta bruscamente negli ultimi due anni. Guardando alle unità di lavoro poi il rallentamento è ancora più drastico, e diventa un calo nell’ultimo anno (quello che sottolineano sia Istat che Bankitalia). Da notare che per la prima volta nella storia repubblicana sono più i lavoratori che le unità di lavoro: c’è più gente che lavora, sì, ma di lavoro ce n’è poco.

Quindi simmetricamente bisogna affermare che il declino italiano è continuato con il centrodestra ma è iniziato col centrosinistra.
C’è poi da dire che l’occupazione non può crescere allo stesso tasso sempre. Più cala il tasso di disoccupazione, più cioè si va verso la piena occupazione, più diminuisce la corsa dell’occupazione stessa. Senza contare l’effetto di chi si mette sul mercato incentivato dall’offerta lavorativa (fenomeno che successivamente il professore individua).
Ma c’è di più: se è vero che diminuiscono le unità lavorative ma aumentano le persone con un’occpuazione allora significa che questa legge funziona. A condizioni economiche peggiori rispetto al quinquiennio precedente, l’incontro tra domanda e offerta risulta migliore. E questo nonostante siano stati aboliti i co.co.co, sostituiti dai Contratti a Progetto, che garantiscono maggiori tutele. Tutele che vanno ben oltre l’aspetto contributivo. Spiega Sacconi: “In aggiunta, negli stessi contratti a termine, si tratta di distinguere quelli che hanno contenuto formativo da quelli che, al contrario, magari sono forme abusive di co.co.co. e che la nuova disciplina consente di reprimere”.
La repressione è parte fondamentale della nuova legge ed è un profilo assolutamente innovativo rispetto alla legislazione precedente.
Questa legge ha funzionato in un periodo economico difficile e il professore,criticandola, finisce per riconoscerlo.

3)Gallegati: Infine, i precari. Dai dati Eurostat, risulta che Berlusconi prende il testimone del precariato, nel secondo trimestre del 2001, a circa il 9.5%: questa era la percentuale dei lavoratori con contratto temporaneo sul totale dei dipendenti. Nel secondo trimestre del 2005 eravamo già al 12.5% (e non stiamo contando i co.co.co.).

Ma stiamo contando, per la prima volta, i contratti a contenuto formativo,che questa legge ha riformato e reso migliori (sopratutto per i lavoratori).
Ma,rimaniano sui dati. Il dato delle grandi imprese fa scendere ci dice che gli occupati con contratti a termine sono solo il 6,3%. Di questa esigua percentuale, più del 50% sono a contenuto formativo.
Chi alza notevolmente la media sono gli Enti Locali e le piccole-medie imprese. Qui, l’alternativa non è tra lavoro a tempo indeterminato e lavoro a tempo determinato. Qui l’alternativa è tra lavoro flessibile in entrata e lavoro nero o,peggio, non lavoro.
Questa flessibilità in entrata ha permesso a molte piccole-medie aziende di sopravvivere, di far fronte a commesse e ordinativi senza vedersi soffocati da un mercato del lavoro bloccato agli anni 70.
Se avesse letto tutti i dati, osservato tutte le dinamiche, il professore si sarebbe accorto anche di questo.

3) Gallegati: Un Maroni potrebbe sostenere però che il fatto che un contratto a termine non cambia un granchè, che sapere che il tuo posto di lavoro è solido salvo contrordine, o che è a termine salvo contrordine, non cambia nulla. Questa è una tale eresia che ho sacrificato il sabato sera, ed ho calcolato da dati di fonte Inps una semplice statistica: la correlazione che si osserva tra il tipo di contratto che ha una lavoratrice, e il fatto che questa decida o meno di fare un figlio. Bene, avere un lavoro precario riduce di dieci volte la probabilità che una lavoratrice faccia un figlio.

E’ un’analisi sociologica,interessantissima. Però è un’analisi che non ha nulla a che fare con il mercato del lavoro. Una legge è una buona legge se riesce a coniugare la realtà con l’obbiettivo che si pone: l’obbiettivo era (ed è) favorire l’incontro domanda-offerta in una realtà che non era certo facile. Obbiettivo, certamente, raggiunto.
Quanto alle lavoratrici, bisognerebbe anche analizzare le maternità nelle donne-manager e dire che allora non va bene che le donne facciano carriera perchè diminuiscono le prospettive di “metter su famiglia”. Ripeto: è un’analisi interessante dal punto di vista statistico ma con il mondo del lavoro c’entra pochissimo.

Con questa legge cerchiamo di organizzare meglio la forza lavoro di questo paese e di garantire un miglioramento del mercato. Per l’organizzazione della felicità, rivolgersi altrove, al prof. Prodi Romano.

 

Endorsement Riformatore

Sunday, March 26th, 2006

Qui si è deciso, con forza e determinazione, di sostenere la lunga (speriamo lunghissima) corsa dei salmoni controcorrente.
Martedì 28 a Udine assieme a Benedetto della Vedova, Marco Taradash, Gianfranco Leonarduzzi e i candidati alle provinciali ci saremo anche noi.

Per chi ci vuole conoscere siamo a Udine, in Via Gemona, presso il caffè Caucich, alle 11.30.

America, Mercato, Individuo: la sfida è iniziata.

 

I 7 peccati capitali

Thursday, March 23rd, 2006

Gola: Si,amo essere preso per la gola. Non troppo, con leggera preferenza per gli alcolici.

Superbia: Si,un pochettino, il giusto. Però dagli altri c’è sempre da imparare.

Ira: arrabbiarsi,mai. Self control e low profile.

Lussuria: Vladimiro Guadagno. A parte questo direi che sono un romanticone. Però,insomma, anche Sant’agostino lo diceva: “rendimi casto, ma non subito”.

Invidia: e de che? sono una persona felice, quanto basta.

Avarizia: “I soldi ci saranno che noi non ci saremo” (mia nonna)

Accidia: tornare alle 3 del mattino, ubriachi. Svegliarsi alle 7, andare a fare la spesa al mercato, preparare la valigia, direzione Austria ed essere qui a scrivere questo post. Macchè accidia, qui c’è troppo movimiento.

Io questa catena la chiudo qui. Mi hanno nominato in due (di cui non faccio i nomi) e io non nominerò nessuno. Perchè di nomination mi bastano quelle del Grande Fratello.

Viva la Foca.

 

Tanto peggio, tanto meglio

Wednesday, March 22nd, 2006

In Italia c’è un bel gruppetto di persone (intellettuali, industriali, direttori di giornale et similia) che attendono con ansia ogni dato Istat, ogni grafichetto del Cnr, ogni minima variazione congiunturale.
Non per commentarla, ma per vedere se tutto va male. Gli provoca piacere fisico sapere che questo paese va male, che l’economia non va più, che la disoccupazione sale e bla,bla, bla.
Perchè così possono riprendere in mano il loro teorema: Berlusconi è un disastro, Berlusconi è cattivo, è tutta colpa sua.

Così capita che gli ultimi dati Istat dicano che le cose vanno benino e, non potendo inventarsi uno sciopero come hanno fatto per oscurare Silvio in Confindustria (ma come lo oscuri uno così?!), hanno deciso di ignorare la notizia.
Ma la notizia c’è. E va fatta girare.

Gli ordini, anno su anno, sono cresciuti del 9,8%, il fatturato dell’8,4%, la domanda estera del 16,6%.
+26,6% negli autoveicoli.
+17% nelle calzature, nel tessile, nei mobili.

C’è ancora materiale per spiegare la malafede di questi “poteri forti dal consenso debole”: quando,secondo l’Istat, la corsa dell’occupazione si fermò, ogni giornale aprì dicendo che nemmeno il lavoro in Italia funzionava più.
Qui,nel nostro piccolo, vi spiegammo perchè la rilevazione Istat aveva poco senso. E i fatti, poche settimane dopo, ci danno ragione.

La disoccupazione scende ancora, al 7,7%. Ed è un dato destagionalizzato, il che significa che “l’effetto primavera” di cui parla la CGIL non c’entra nienta.
Il problema vero è che qui, qualcuno, si è speso a fare le barricate su una legge (la legge Biagi) e, smentito dalla realtà, non sa più come difendersi.

Parlano di contratti tutti precari. Vi dico perchè non è vero. Se così fosse avremmo dei differenziali alti tra una rilevazione e l’altra. E sopratutto, avremo dati in continuo movimento che ridisegnerebbero, ad ogni rilevazione, la geografia occupazionale di questo paese.
Qui avviene proprio il contrario. I dati sono in crescita stabile, le persone al lavoro sono sempre le stesse, i contratti a progetto funzionano e servono ad inserire il lavoratore nel ciclo produttivo.
Quando funzionava il pacchetto Treu noi, ad ogni rilevazione, abbiamo osservato un mercato instabile, che cambiava continuamente. Qui, la tendenza è quella della stabilizzazione verso l’alto. Ossia verso la piena occupazione.
Ancora: il dato del precariato è falsato perchè vi vengono inseriti anche i contratti delle pubbliche amministrazionei e i contratti dei dirigenti che sono “collaboratori”,molto spesso, per scelta propria.
Le pubbliche amministrazioni (regioni,comuni e province..governate da chi?) sono le maggiori fruitrici dei contratti ad alta flessibilità in entrata. E sono anche quelle che con più difficoltà confermano i lavoratori in maniera stabile.
Nell’imprenditoria privata questo non avviene e sia i contratti di inserimento che quelli a progetto hanno un altissimo tasso di “riconversione verso la stabilità”.

Ma non basta questo. Il nostro mercato del lavoro ha reagito alla grande in un periodo difficile per l’economia mondiale (europea in primis). Se non ci credete andate a prendervi i dati di Francia (dove stanno cercando di correre ai ripari, ma mi sa che è tardi) e Germania (dove hanno deciso di correre ai ripari, delocalizzando in Romania).
E’ inutile far crescere il PIL di un paese in maniera disomogenea rispetto al resto del sistema. E’ inutile e dannoso che l’Italia veda crescere la sua produzione se questa viene delocalizzata. Perchè,come  in Germania, finiremo per avere una crescita acccettabile e una disoccupazione altissima (ieri sera a Porta a Porta, qualcuno gliel’avrebbe dovuto dire Diliberto).
La prima condizione per far girare un paese e farlo ripartire e mettere più gente possibile al lavoro.

Questo governo, questa legge così criminalizzata, ci sono riusciti egregiamente. Se davvero stiamo agganciando la ripresa allora vedremo i risultati della legge 30. Con la CDl al governo però, perchè se dovesse vincere la sinistra, un minuto dopo avremo tutti delle opportunità in meno.
Chi ha già un lavoro non verrà mai licenziato, fino a che la sua azienda non fallirà.

Chi non ha un lavoro non lo troverà, ma tanto a loro cosa gliene frega. I sindacati difendono i lavoratori, mica i discoccupati.

 

Quattro anni dopo, cosa ci resta di Marco Biagi

Monday, March 20th, 2006

Gli occhi vispi, la stretta di mano forte e sincera, lo sguardo intenso. Così me lo ricordo,in quel primo incontro, Marco Biagi. Un incontro casuale, che mi avrebbe segnato ben oltre la mia carriera universitaria.Sono passati quattro anni da quel 19 Marzo 2002 e il vuoto è ancora grande, la cicatrice fa ancora male, il livido si vede ancora.
Ci manca Marco Biagi, per quello che è stato e per quello che ha saputo trametterci.
Non era un professore qualsiasi, odiava le torri d’avorio, il discutere fine a se stesso. Odiava le barricate e le battaglie ideologiche. Era un riformista, un riformista vero; pronto a sporcarsi le mani col lavoro di tutti i giorni, pur di rendere migliore questo paese.

C’è riuscito, a modo suo: silenziosamente, senza sbraitare, senza mai alzare i toni. Solo lavorando, studiando, modernizzando.
Non era un personaggio televisivo, non si vedeva molto. Lo si sentiva spesso alla radio, la mattina. A spiegare perchè dovevamo avere coraggio, perchè bisognava essere fiduciosi verso il futuro e aperti alle novità. Perchè la flessibilità si poteva regolare e perchè l’occupabilità sarebbe diventata migliore, con più mercato e meno stato.

Rientrava a casa, quella sera. Dopo una giornata passata all’università. Già su quell’interregionale che lo portava verso la morte aveva visto in faccia i suoi carnefici. Gli erano seduti accanto, avevano pianificato tutto da mesi.
Lo scrutavano mentre parlava con alcuni colleghi,ne studiavano le mosse, pronti a colpire.

Arrivati a Bologna, avvisarono gli esecutori materiali dell’esecuzione. Gente esperta, gente che sa come portare la morte in casa d’altri.
Lo aspettavano lì,fuori casa sua.
Marco Biagi arrivò, con la sua inseparabile bicicletta e la sua borsa in pelle, pronto a riabbracciare i familiari. Qualcuno lo chiamò,da dietro, alle spalle: “Professore, ehi, professore”.

Chi lo sa, avrà pensato ad uno studente. Invece era la morte, con le facce criminali dei Brigatisti Rossi. Sei colpi e poi il buio.
Il buio che abbiamo percepito tutti in quei giorni, lo sconforto, la solitudine. Marco Biagi non c’era più.

Ma avrebbe continuato a vivere, nelle nostre parole, nei nostri scritti, nei suoi adorati libri. Marco Biagi è stato stupendo,proprio in questo. Ha lasciato dietro di sè una schiera di giuslavoristi preparati, attenti, determinati. Che hanno proseguito il lavoro egregiamente.

Primo tra tutti Michele Tiraboschi che ne ha ereditato la cattedra all’università degli Studi di Modena e poi Luigi Montuschi, all’Università di Bologna, Maurizio Sacconi, sottosegretario al Welfare.

E infine noi, che l’abbiamo conosciuto e che continueremo a ricordarlo. Difendendo le sue battaglie; perchè non è morire vivere nei cuori di chi ti ama.

Ciao,Marco.

 

Tra palco e realtà

Sunday, March 19th, 2006

Abbiamo facce che non conosciamo,
ce le mettete voi in faccia pian piano.

Eh,già. Un raduno di bloggers è una cosa complicata. Specie se con alcuni di loro lavori giornalmente a quel miracolo del web che si chiama Tocqueville. Centinaia di mail, di scambi di opinioni, di commenti, ecc. Senza essersi mai visti, senza essersi mai stretti la mano.

E così capita che Venerdì 17 sia un’occasione propizia per questo. E capita pure che scopri di aver collaborato con gente meravigliosa.
E’ stata una serata spettacolare.

In poche ore ho conosciuto dal vivo la mia adorata e adorabile cuginetta, i 2 fantastici gemelli, Daniele (il mio maestro di relazioni internazionali) , il sindaco(grandissimo), il direttore (splendido), Barbara e Stefano (stupendi).

E poi i ragazzi con cui avevo già un rapporto (virtuale) un pò più stretto: Domenico (che non ho picchiato, mi sta troppo simpatico), Francesco (con cui abbiamo condiviso la camera, i giri di negroni e le serate romane), Kagliostro (che ci ha portato in giro per la capitale, un vero Cicerone).

Come dimenticare l’arrivo di Abr (proprio come me lo immaginavo,sto rovigotto…scherzo!!), lo splendido intervento di Calamity (a cui assicuro mi taglierò i capelli quanto prima), la splendida compagnia di Ventinove Settembre, John Christian Falkenberg, Eretico, Jinzo e Jimmomo.
Il piacere (raro in questi tempi di mediocrità galoppante) di ascoltare discorsi coraggiosi e innovativi come quelli di MarioSechi, dell’Anarca, di Marco Taradash.

Niente da fare, è stata una serata indimenticabile. Avrò sicuramente dimenticato qualcuno. Dimenticato qui, in questo post, perchè certe persone non si dimenticano mica.
Gli si vuole bene e basta.

E ce l’abbiamo qualche speranza
forse qualcuno ci ricorderà.
E non soltanto per le canzoni
per le parole o per la musica

 

Freedometto Romano

Friday, March 17th, 2006

Freedometto se ne va a Roma, a salutare cugina, amici, priori, sindaci, direttori, megafoni, gemelli, stelle per i naviganti, kagliostri, barbare, simonette, semplicemente liberali e quant’altro di meraviglioso la blogosfera gli ha fatto conoscere.

Buon week-end a tutti!

 

Grazie Maroni

Wednesday, March 15th, 2006

Sentire Roberto Maroni che, al secondo dibattito, cita Marco Biagi e il concetto di occupabilità è davvero una speranza per il futuro di questo paese

 

La nostra libertà

Wednesday, March 15th, 2006

Ho la febbre e, nonostante questo, avevo scritto un post per spiegare perchè per me ieri Prodi erano andato decisamente meglio di quello che pensassi. Aggiungevo qualche riflessione personale e chiudevo dicendo che Berlusconi deve ripartire da quell’ultima frase: non è solo Berlusconi-Prodi, è lo scontro tra due modi diversi di intendere lo stato, la vita dei cittadini, la libertà.

Poi,faccio un giro sul web e vado su Blogs4Cdl. Andateci anche voi e guardate coi vostri occhi: sono sempre gli stessi.
Intolleranti, massimalisti, illiberali. Vogliono parlare solo loro, mettere il bavaglio a tutti. Non sarà così, noi saremo sempre lì. Con le nostre idee, di cui andiamo orgogliosi. A supportare le nostre campagne, in cui crediamo.

E’ un atto di intimidazione, un modo come un altro per dimostrare che qualcuno ha la forza e la sa usare. Niente di più aberrante per noi, niente di più normale per alcuni.

Non ci faremo intimidire da chi pensa di farci tacere con un atto così vigliacco,da chi crede di poter sottrarsi alla discussione violando gli spazi di liberà altrui.
Noi saremo qui,sempre. A riaffermare la nostra libertà,contro la vostra intolleranza.

“Freedom itself was attacked by a faceless coward, and freedom will be defended”

 

Forza Presidente

Tuesday, March 14th, 2006

 ”Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare.
Mai come in questo momento l’Italia ha bisogno di persone con la testa sulle spalle e di esperienza consolidata, creative ed innovative, capaci di darle una mano, di far funzionare lo Stato “.  Silvio Berlusconi

Commentiamo tutti insieme il duello televisivo in real time su blogs4Cdl.

 

 

L’intreccio svelato da D’Alema

Tuesday, March 14th, 2006

Ieri sera a Matrix è successo qualcosa di strano che, i teorici dello stato liberale, dovrebbero rilanciare con sdegno.
E’ stato fatto vedere un filmato in cui D’Alema parla dello scandalo intercettazioni di Storace. Niente di nuovo, se non fosse che lo scandalo scoppiò due settimane dopo.
Infatti, Fini, risponde cadendo dalle nuvole e ribadendo di non saperne niente.

Com’è possibile che D’Alema sapesse? Com’è possibile che, per stessa ammissione di Fini e Rutelli, tutti (Storace compreso) vennero a sapere della questione dai giornali?
Da quanto sono pronti quei verbali d’arresto? Da quanto si preparava quella conferenza stampa? Prchè la si è ritardata?

Le risposte stanno, ancora una volta, nelle parole di D’Alema, che sapeva tutto. Questa magistratura è organica ad una parte politica, strumentale ai disegni di una coalizione e non può più fregiarsi di una locuzione importante come “in nome del popolo italiano”.

Al massimo, in nome dell’Unione.

 

La sconfitta Annunziata

Monday, March 13th, 2006

Correva l’anno 2004, mese di Ottobre o giù di lì. Mese di campagna elettorale oltreoceano. Mese di lotte all’ultimo sangue tra democratici e repubblicani.

Ma,sopratutto, mese di dibattiti nella vecchia Europa. Quella che si interrogava su chi avrebbe vinto le elezioni statunitensi, su chi sarebbe stato il prossimo interlocutore e tante altre cose.
Si respirava, in quei giorni, un aria di sfrontato ottimismo nel centrosinistra. Sia italiano che europeo. La vittoria era data per scontata. Una formalità.
Tanto che, chi pensava che non lo fosse, si arrampicava sugli specchi della sua prudenza citando  uno scenario particolare: Kerry vince il voto popolare, ma la conta dei seggi va a Bush.
Ricordo in quei giorni le querimonie di presunti esperti in sistemi elettorali che ci raccontavano di come, la più grande democrazia del mondo, avrebbe mandato al potere uno che non aveva il consenso della base.

Accadde che Bush stravinse il voto popolare e vinse comodamente la battaglia dei seggi. Una mazzata per alcuni. Sopratutto per alcuni intellettuali.

Già,perchè i signori (antidemocratici per vocazione) non sono abituati a contare i voti. Sono abituati a pesarli, a distribuire patenti di liberalismo a questo e a quello, a vaneggiare di pericoli per la democrazia e altre simpatiche amenità. Facendo sempre i conti senza l’oste, che in questo caso si chiama elettore e conta, eccome se conta.

Facevano i conti chiusi nelle loro torri d’avorio e ci spiegavano che i principali giornali avevano compiuto le loro scelte: John Kerry avrebbe guidato l’America, senza dubbio alcuno.
La rivista Editor&Publisher, che si occupa di analisi politiche sul mondo dei media, ci raccontava di un John Kerry che otteneva il sostegno espicito della maggioranza dei quotidiani americani, e non solo di quelli tradizionalmente liberal. 16 milioni di lettori a 10, questo il risultato dato dalle rotative di oltreoceano. Una sentenza inappellabile.

Ma c’era di più. Non solo Kerry mieteva consensi nella stampa “neutra”; Bush perdeva l’appoggio anche di quei giornali che tradizionalmente appoggiavano i repubblicani e che, pur non appoggiando i democrats, scelsero di non scegliere.

Un quadro sconvolgente, a cui bisognava aggiungere le carenti performances televisive del presidente uscente. Un disastro annunciato.

Poi vennero le urne e ci raccontarono di un’America diversa. Un’ America che non era quella del “Rock against Bush”, che non era quella degli intellettuali bostoniani con la puzza sotto il naso, che non era quella di chi giocava sporco per screditare Geroge W Bush. Quelle elezioni ci hanno raccontato di un’America con un grado di separazione altissimo tra la gente e i media tradizionali, un’America matura e orgogliosamente “Right Nation”, che ha rimesso al centro la propria vocazione individualista, sconfessadno coraggiosamente nani e ballerine.

E’ forse troppo chiedere all’Italia lo stesso coraggio, la stessa voglia di indipendenza. Ma mi sa, che il 10 Aprile, potremmo ritrovarci con una sorpesa. Fatta di dati e risultati in controtendenza.
Dove un intero corpo elettorale si è rifiutato di chinare il capo di fronte allo straparlare di alcuni intellettuali da quattro soldi, dove la gente ha deciso di non credere più in una vittoria Annunziata.

Italia,Forza.

 

Siamo fatti così

Saturday, March 11th, 2006

Siamo un bel popolo, per l’amor del cielo. Ma abbiamo alcuni difetti. Il problema è che sono cronici. E il problema ancor più grande è che non sono compatibili con un paese civile.

Siamo francesi dentro, amiamo le ghigliottine. Viviamo nella perenne speranza che, un giorno, ci sarà un nuovo Piazzale Loreto a lavarci via l’onta di un nemico che sopportiamo poco.

Siamo fatti così,inutile nasconderlo. Mischiamo continuamente opportunità politica e giustizia, voglia di chiarezza e sete di condanna, dibattiti e tintinnar di manette.
Da Fassino a Storace, passando per i guai del Premier. Viviamo in un perenne corto-circuito: affari, politica, giustizia, informazione.

Non c’è niente di male che poteri “forti”, affari, banche, gruppi editoriali e quant’altro gravita intorno a questo paese si schieri.
Tutto è lecito e tutto sarebbe normale. Se non fosse che,spesso, tutto questo implica una dichiarazione di “terzietà apparente” e una continua invadenza del campo che sarebbe proprio della politica.
Accade questo nelle “regioni rosse” con le cooperative rosse. Accade questo con gli editoriali del Corriere della Sera che ringraziano Bertinotti per averli protetti nelle scalate giornalistiche. Accade questo con le scalate alle banche e con Fassino e i Ds da una parte e gli ultimi resistenti di Fazio dall’altra.
Due fazioni, due Italie, due corporazioni. L’una contro l’altra armata.

Il problema non è che ci siano, il problema è che non avvenga alla luce del sole. E se tutto questo potrà essere risolto con una grande operazione “casa di vetro” che metta sotto i riflettori questi intrecci, per la giustizia il discorso si fa complesso.

Il giudice è (dovrebbe essere) l’esempio della terzietà, dell’imparzialità e del bilanciamento del potere politico. Il potere politico compie scelte di per sè parziali, che tutelano certi interessi e non altri.
Il potere giudiziario dovrebbe essere l’opposto. Dovrebbe essere lo Stato che si fa arbitro tra le parti, che distribuisce e tutela i diritti di ognuno quando la distribuzione o la tutela diventano difficili o imprecise.

Così non è, non ora. La giustizia è diventata un carrozzone da avanspettacolo. Le aule sono state trasformate, quando va bene, in teatri greci in cui recitare una parte, quando va male in autentiche forche caudine.
Non è così che dev’essere. Perchè non può essere sempre un caso. Non può essere un caso che nel 1994 l’avviso di garanzia arrivò prima ai giornali che al diretto interessato.
Non può essere un caso che alla vigilia dello scontro televisivo Prodi-Berlusconi esplodano casi di giustizia che riguardano sempre e solo una parte politica.
Non può essere un caso che su Unipol non si indaga più (pur essendo vergognose le intercettazioni pubblicate).

Non dico ci sia un disegno, non dico sia un teorema, non dico sia un complotto.
Dico che non va bene, questo sì. E non va bene anche se fossero azioni isolate, che non hanno nulla di organico. Perchè significa che la giustizia in questo paese non funziona, non per limiti strutturali. Non per la lunghezza dei processi. Non per l’inadguatezza delle indagini.No.

Non funziona perchè smette di essere giustizia e diventa parte in causa.