La battaglia del secolo

Margaret Thatcher,e non Margareth Tatcher. La mia battaglia per il secolo 21esimo è far capire al mondo come si scrive il cognome del miglior Primo Ministro della storia del Regno Unito.
Si,meglio anche di Tony Blair.

Margaret Thatcher,e non Margareth Tatcher. La mia battaglia per il secolo 21esimo è far capire al mondo come si scrive il cognome del miglior Primo Ministro della storia del Regno Unito.
Si,meglio anche di Tony Blair.
Gli Iracheni sono brutti e cattivi, ecco. Chi se ne frega della loro libertà, della loro fragile democrazia. Era meglio Saddam, che almeno eravamo tutti più tranquilli e magari tiravamo su un bel rapporto bilaterale con Baghdad fatto di stima reciproca e tanta amicizia. Come accade con Cuba, per intenderci.
E invece no, questi maledetti americani si sono messi in mezzo. Hanno fatto un casino: arrestato Saddam (ma perchè poi?), rovesciato il regime e consegnato l’Iraq al novero delle nazioni democratiche. Certo, mica è facile la transizione: ci sono i terroristi (pardon, resistenti) che si oppongono al passaggio democratico, ci sono i problemi di convivenza tra sciiti e sunniti e c’è la questione sempre aperta dei curdi.
Ma ci sono anche le elezioni, il governo provvisorio, uno stato che si sta ricostruendo.
Poi ci sono gli Italiani. Andati a Nassirya a “dare il proprio contributo per far fronte alle esigenze del popolo iracheno mediante l’approvvigionamento delle risorse necessarie per la ripresa e la ricostruzione della struttura economica dell’Iraq“. Parole e musica della risoluzione 1511 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Ma a qualcuno questo modo di fare non piaceva e lo definiva “politica estera da Costa Smeralda” (Diliberto) o, peggio, accusava il governo di essere “responsabile di aver mandato i nostri soldati a morire” (Rizzo).
Ma la storia è strana, la ruota gira e gente così finisce al governo.
Sempre per uno scherzo stranissimo della storia (mica c’entrano gli Hezbollah) scoppia un casino in Medioriente. Inutile che vi racconti di come rimpiangiamo la politica estera “da Costa Smeralda” e invece ci tocca vedere il più filoarabo dei ministri degli esteri occidentali passeggiare con dei terroristi. E’ meglio se vi dico che anche questa volta l’Onu ha chiesto una mano alla Comunità Internazionale (risoluzione 1701) e che l’Italia, forse per scendere con determinazione al fianco di hezbollah, ha scelto di mandare in Libano più di 2000 uomini.
Ma c’è di più e meglio: hanno marciato ad Assisi (loro iper-laici) per tifare Onu, cioè Caschi Blu, cioè gli stessi militari che sono a Nassirya solo con un cappello diverso.
Ci hanno raccontato di emergenze umanitarie, di missioni di pace, di qualsiasi cavolata gli passasse per la testa.
E si sono dimenticati di spiegarci perchè, a condizioni simili, si sono rifiutati di aiutare il popolo iracheno.
Parlare di “esigenza di una riforma strutturale del welfare” in Gran Bretagna pare un controsenso. Fino a pochissimi mesi fa,infatti, era stato il “Welfare to Work” blairiano ad essere considerato il termine di paragone per valutare la bontà o meno di un progetto di riforma dello Stato Sociale.
Essere qui,oggi, a discuterne il superamento è sicuramente il segno tangibile che qualcosa non ha funzionato.
Non ha funzionato perchè la disoccupazione inglese è altissima e non ha funzionato perchè la tenuta sociale manca (i poveri sono sempre di più). Questo perchè a Blair (ma forse più a Gordon Brown) è mancato il coraggio.
E dire che la strada era stata segnata da Bill Clinton con il Personal Responsibility and Work Opportunity Reconciliation Act del 1996. Uno strumento che ha sostanzialmente visto d’accordo anche i Repubblicani e che non è mai stato preso in considerazione in Europa come paradigma serio di una riforma dello stato sociale (Analisi dell’Heritage Foundation).
Sembra,però, che nella concezione di “Compassionate Conservatorism” di David Cameron rientri un concetto di welfare molto simile, come ben esplicitato da Phillip Hammond la settimana scorsa. Potrebbe essere la nuova chiave di volta della prossima campagna elettorale, considerato che stiamo uscendo da quella che gli osservatori europei (spesso distratti) chiamano la “rivoluzione liberale” di Tony Blair.
Se David Cameron riuscirà ad essere credibile su questo, se riuscirà cioè a parlare chiaro sui temi economici (dote che è mancata totalmente alle ex guide conservatrici) probabilmente avrà segnto il punto definitivo nella corsa al numero 10 di Downing Street.
Questo perchè, al momento, i labour non hanno uno straccio di idea su come uscire dall’impasse causato dalla loro autoreferenzialità economica: erano convinti di avere creato un sistema da sogno e si sono ritrovati precipitati in un incubo.

La Gran Bretagna sembra avere una gran voglia di tagliare le tasse.
Speak Corner: Tpa, Torydiary, Torydiary/2, Torydiary/3, Ian Dale, An Englishman’s Castle

Per chi mastica poco Basket, Gianluca è semplicemente il capitano della nazionale. Per chi il basket lo vive con meno distacco (e magari è pure fortitudino) Gianluca Basile è un pezzo del cuore.
Non è un capitano qualsiasi, il Baso. E’ quello dei tiri ignoranti. Quello che tira tutto storto in supersonica uscita da un blocco dell’amigo Marconato e ti inchioda al parquet con un trepunti da nove metri. E’ l’essenza del basket italiano, il ragazzo timido da Ruvo di Puglia.
Quell’essenza magica che ti conquista, ti tiene incollato alla poltrona e ti fa saltare su con tre dita al cielo quando Gianluca lascia la palla. E allora aspetti solo Franco Lauro o Flavio Tranquillo che urlano “triplaaaa”, e poi puoi risederti aspettando un’ altra puntata del Baso-show.
Stamattina non è andata così. Basile non ha giocato un gran mondiale,ma è sempre stato lì. Le difese lo conoscevano, lo marcavano strettissimo, cambiavano spesso sui blocchi per non lasciargli respiro. E la pressione, assieme alla stanchezza, si è sentita forte nella testa di Gianluca.
Quando a sei decimi dalla fine ha tirato tutto sbilanciato e preso fallo gli è passato il mondiale davanti. Tre tiri liberi, tre punti da recuperare, tre errori. E gli è crollato il mondo addosso.
Le lacrime in sala stampa hanno fatto il resto, le scuse ai tifosi, il proposito di ritirarsi.
Eh,no, Baso! Puoi anche ritirarti, ci mancherebbe. Puoi farlo perchè sei stanco, la nazionale è un impegno troppo intenso da gestire e mille altri motivi. Ma non così, non perchè ti senti in colpa.
Sei stato per molti il modello da seguire, un vincente nato. Uno che arrivava sempre un passo più in là dell’immaginazione, uno che sbucava dal nulla e ti faceva sognare. Con quei capelli svolazzanti e l’andatura da furetto.
Ci mancherai se non la vorrai più la responsabilità della fascia azzurra da capitano, ma capiremo. Capiremo perchè ti vogliamo bene.
Ma non capiremo mai le tue scuse. Tu per noi sei il migliore e questo mondiale ti ha incoronato come leader che sa giocare per la squadra oltre che per se stesso. Non ci sono solo i numeri altisonanti a fare i campioni. Ci sono anche la classe, il cuore, il carisma. E quei tiri ignoranti, che ci faranno sempre sognare.
Niente scuse Baso, sei sempre il migliore!
Sondaggio YouGov per il Telegraph che conferma il vantaggio del partito di David Cameron sui Labour del ticket Blair-Gordon. Invariati i dati di conservatori e lib-dem, scende (ancora) di due punti quello dei laburisti.
E’ toccato Phillip Hammond, responsabile per le politiche del lavoro dei Tories, spiegare la vision conservatrice sul delicato argomento dell’occupazione. Un tema che è ritornato al centro del dibattito politico dopo la scoperta del dato reale sulla disoccupazione nell’Isola.
Un dato non soltanto molto distante da quello propinatoci dal governo Blair ma assolutamente imbarazzante per una nazione con una solida economia come quella inglese.
Cinque milioni e trecentomila cittadini “unemployed” sono,infatti, il triplo di quanto Blair dichiarasse solo pochi mesi fa e rappresentano il “requiem” definitivo per il tanto osannato “welfare to work” laburista.
Hammond chiarisce subito che
Flexible working practice is a key element in the delivery of economic competitiveness, social justice, affordability in public service delivery and an improvement in General Well Being
e prosegue ricordando che è l’accessibilità al lavoro che va migliorata, non la permanenza in una determinata posizione.
Sono le stesse parole d’ordine che hanno ispirato la Legge Biagi e i successivi decreti di attuazione.
Fa specie notare come l’obbiettivo del professor Biagi fosse quello di creare uno “Statuto dei Lavori” in luogo di uno “Statuto dei Lavoratori”. Con la stessa metodologia, ToryDiary titola il post sull’intervista ad Hammond ”The working (not workers’) revolution“.
La conferma,ulteriore, che l’impianto della Legge Biagi è valido e necessario per le sfide che ci richiede la modernità.
P.s: Tutto questo mentre alcuni zelanti operatori del diritto (meglio noti come Ispettori del Lavoro) si permettono di dare un’interpretazione della legge scavalcando il volere del Parlamento (a differenza loro,eletto dal popolo)e rischiando di far delocalizzare (ma chiamiamole pure col loro nome: delocalizzazioni forzate) decine di aziende e centinaia di opportunità lavorative. Per i call center friulani si parla già di Romania. Auguri, Italia.

Cameron è un leader vero, e si vede. Nonostante parti importanti del suo partito gli rinfaccino di non essere troppo attento a temi classicamente conservatives come immigrazione e politica fiscale, il nostro David tira drittissimo per la sua strada.
Da quando ha preso in mano i Tories ha dimostrato una straordinaria attitudine ad occupare gli spazi in cui la sinistra mondiale tendenzialmente giganteggia e pontifica.
Tutto è iniziato con l’attenzione per l’ambiente ed è proseguito con la lotta contro la povertà (partendo dalla situazione interna, per dare soluzioni globali).
Non è facile per il leader di un partito che sta all’opposizione da tre legislature sperimentare cose nuove; arare il vecchio terreno dell’orgoglio britannico e dell’euroscetticismo sembrava pagare di più.
Ma se c’è una dote che a Cameron non manca è la lungimiranza. Così,l’ultima trovata, è stata andare da Nelson Mandela, definirlo il più grande statista del nostro secolo e dire che la povertà è un problema ma che la ricetta leftish è come sempre sbagliata.
E’ la nuova strada di Cameron, una strada che porta dritto all’obbiettivo di vincere le elezioni e rilanciare Londra come alter ego di Washington alla guida dell’Occidente Europeo, amico e non fastidiosa palla al piede dell’occidente americano.
In quest’ottica vanno lette le svolte ambientaliste (con la recente inversione a U su kyoto), la proposta di salvare l’Africa dalla povertà attraverso una “free trade zone” (identica a quella proposta da Bush per le americhe) e il focus sui problemi del Darfur e sull’importanza di avere più democrazie nel mondo.
Il sasso è lanciato. E lo stagno è quello del Conservatorismo Mondiale.
Dopo l’idea della sinistra di creare una sinergia mondiale unendo socialdemocrazie e partiti ex-comunisti è,forse,giunta l’ora di creare una sinergia globale tra conservatori o,come direbbe Cameron, modern compassionate conservatives.

“Coming soon”. Deve averlo sussurato all’orecchio di coach D’Anton ieri sera, Marco Belinelli. Si è preso il lusso di segnare 25 punti in faccia a Sua Maestà LeBron James. Ha giocato con una scioltezza unica, facendo sembrare facili tiri difficilissimi e naturali movimenti che non lo sono.
Tutto con la spensieratezza che gli è solita, senza mai sembrare in affanno,senza mai forzare qualcosa. Sarebbe capace di scalare l’everest e di non essere nemmeno sudato, questo ragazzo che sta guidando gli azzurri nel Mondiale nipponico.
Sembra sia nato con una palla a spicchi sotto il braccio: la guarda, la accarezza, la lascia andare con un rilascio dolce e gentile. E fa male, a suon di triple e di tiri cadendo all’indietro in uscita dai blocchi. Spettacolare, questo Belinelli.
Tanto spettacolare che un sito specializzato di Basket Americano ieri chiosava “seems like an Nba player”. Che è come dire ad un ballerino che è pronto per lavorare alla scala o ad un attore che ad Hollywood si parla di lui.
Tutto questo mentre a fine partita coach K (chiamato così perchè a un nome impronunciabile, Krzyzewski) mandava a dire che un posto a casa sua lo trova.
Per chi non lo sapesse coach K è un santone del college basketball americano ed è uno che ha mandato più giocatori di tutti nell’Nba.
Coming soon, very soon.

Ve ne avevo già parlato. E’ giunta l’ora dell’addio: in gazzetta ufficiale è stato pubblicato il decreto che cambia il nome al tocai friulano e lo fa diventare semplicemente “friulano”.
Ma noi non ci stiamo e, via furlanist, rilanciamo l’idea di celebrare (con tanto di bara) il funerale del nostro amato compagno di mille battaglie e duemila aperitvi.
La location? Quella di friuli doc, la kermesse dove vengono esposti i prodotti tipici della nostra regione (e non solo).
Noi non lo chiameremo “friulano”, MAI! UN TAI DI TOCAI!

Sondaggio del Guardian che lasci pochissimi dubbi sullo stato della politica inglese di questi giorni. Secondo l’Istituto di Ricerca ICM,infatti, David Cameron e il suo partito crescono nelle intenzioni di voto dei britannici, raggiungendo la fatidica soglia del 40%.
A meravigliare è il crollo del Labour Party (meno 4) e l’ascesa dei LibDem (+5), il che fa pensare a un notevole passaggio di consenso da una compagine all’altra.
Rimane comunque forte il dubbio che ora Tony Blair (ai minimi storici in ogni settore) sia rimasto solo. Abbandonato dai fedelissimi e dal suo stesso partito gli resta in mano una sola carta: giocarsi anticipatamente la staffetta con Gordon Brown e riciclarsi a livello internazionale. Qualcuno vede per lui la poltrona di Kofi Annan.

Il rilevamento statistico sul gradimento dei leader politici britannici crea non pochi grattacapi al Labour Party. Come vi avevamo raccontato, nei giorni dell’attentato sventato nei cieli di Londra, Tony Blair si sollazzava al sole dei Caraibi mentre l’incombenza di fronteggiare giornalisti e opinione pubblica è toccata al ministro John Reid.
Reid ha saputo gestire egregiamente la pressione mediatica e, sopratutto alla luce delle disarmanti affermazioni di John Prescott, si è presentato come la faccia presentabile del Labour Party.
Il sondaggio lo premia, infatti,come leader più popolare. Anche più di David Cameron che non subisce oscillazioni nel suo grado di popolarità. A continuare l’inesorabile discesa è Tony Blair mentre, dopo una leggera ripresa, torna a scendere il dato di Gordon Brown.
Il sondaggio lascerebbe il tempo che trova, considerandola lontananza da appuntamenti elettorali importanti e il fatto che c’è ancora tutto il tempo per mettere in atto la tanto reclamata staffetta Blair-Brown.
Il problema è rappresentato,però, dall’imminente congresso della sinistra inglese a settembre.Già qualcuno vocifera di un partito pronto a chiedere le dimissioni di Tony Blair.
In questo caso Brown rappresenterebbe un cavallo al momento perdente e sull’onda lunga dell’emergenza attentati la scelta cadrebbe inesorabilmente su John Reid.
E pensare che a Blair bastava non rimanere a prendere il sole ai Caraibi per un paio di giorni.
Quando Prodi andrà ad una serata di beneficienza, pagherà ciò che resta per comprare un macchinario per il vicino ospedale, allieterà i presenti con il menestrello di turno (Apicella per Silvio, Sircana per Romano) e metterà tutti d’accordo (sinistrosa Parietti inclusa nel prezzo), allora ne riparliamo.

Per anni ci hanno raccontato che noi del mondo del lavoro non avevamo capito niente. Prima è stato il turno del modello britannico (welfare to work) poi di quello danese, poi di nuovo di quello britannico. In parole povere: più ammortizzatori sociali, più sostegno al reddito, insomma più Stato.
Io,in moltissimi casi, ho cercato di spiegare perchè era necessario meno Stato e più mercato nel mondo del lavoro e che più mercato non significa meno tutele ma più opportunità.
Le parole d’ordine di Marco Biagi furono “occupabilità” e “inclusività“, cioè un miglior incontro da domanda e offerta.
La risposta che ci è quasi sempre stata data è stata che il modello per coniugare esigenze di tutela e apertura al mercato era quello del new labour britannico.
Ora,finalmente, ci spiegano che non era vero niente.
Io dico che qualcuno deve farci un paio di riflessioni e deve ammettere una volta per tutte che la nostra legge sul mercato del lavoro non sarà perfetta ma è la miglior legge europea nel peggior mercato del continente.
Trovate tutto qui, su “The Business”.