Archive for September, 2006

Buon Week-end

Saturday, September 30th, 2006

Pausa weekend per tutti, anche per me.

Vi segnalo,con colpevolissimo ritardo, il portale Epistemes curato dai gemelli, Daniele, il Falasca, Ispirati, Phastidio, ecc. I nomi sono già di per sè una garanzia, la conferma arriva dai contenuti. Il compito per casa di questo weekend per voi lettori è farci un bel giretto.
In bocca al lupo agli ideatori, sarà sicuramente un successo.

Lunedì primo ottobre inizia a Bournemouth il congresso conservatore. Lo so che siete perplessi da quell’ alberello stile ds, ma in fondo questo Cameron ci ha ridato speranza di vittoria e voglia di novità, tutto in un colpo solo. Give David a chance!

Se ve lo siete persi avete fatto un errore madornale: leggetevi lo scambio di post tra Starsailor a Abr sul conservatorismo compassionevole. Senza non potete capire Cameron e Sarkozy.

Detto tutto questo vi saluto. Buon week-end a tutti :)

 

Come noi nessuno mai

Friday, September 29th, 2006

 

Nel giorno dello sciopero di quei quattro pennivendoli che ci ritroviamo come giornalisti in questo paese al limite di un ridicolo regime, nel giorno dell’oscurantismo della nostra informazione causa finanziaria imminente, in un giorno tutto sommato triste per il diritto di ognuno di noi ad essere informato, Tocqueville si dimostra ancora una volta avanti agli altri: apertura con splendido post di Cantor, l’esclusiva sul video di Zawahiri.

Su corriere.it non c’è, su repubblica.it nemmeno. Delle agenzie non ne parliamo. Tocqueville: the only one you need.

 

Lavorare per David

Friday, September 29th, 2006

Altro che procedure poco trasparenti, amici degli amici, parenti e portaborse. Se vuoi lavorare per David Cameron, rispondi a un annuncio e aspetta la chiamata.

Benvenuti a Cameronlandia.

 

Prodi alla Camera/ LIVE

Thursday, September 28th, 2006

18.21: Interventi in tono decisamente minore. Il live finisce qui. Prodi si è imbalsamato o è stato imbalsamato da Vannino Chiti, coadiuvato da Franceschini. Belli e frizzanti gli interventi di Tremonti e Fini, appassionata la difesa di Fassino, davvero imbarazzanti Giordano e Diliberto. 

18.08: Fabris (UDEUR): Telecom scandalo montato ad arte per compattare una Cdl ormai allo sbando. Evidentemente non ha sentito le dichiarazioni del suo leader sulla Finanziaria e non ha ascoltato le dichiarazioni della maggioranza. 

18.02: Conciliabolo Franceschini, Chiti, Prodi. Prodi visibilmente scuro in volto.Franceschini con la tipica faccia di chi dice “tranquillo Romano, va tutto bene”. 

17.59: I Verdi chiedono che che il Governo si costituisca parte civile nel caso Telecom per chiedere un risarcimento, poi Bonelli elogia Prodi “intervento rigoroso”. 

17.53: Parla Angelo Bonelli,dei Verdi. La cosa rilevante è la somiglianza con il cantante degli Stadio 

17.49: Grazie a Oliviero Diliberto scopriamo che il nostro paese è in piena ubriacatura “da liberismo”. Una ubriacatura a cui lui si è opposto. E su Telecom il governo ha il dovere di intervenire. Qualcuno ci spieghi gli interventi di Villetti, Diliberto, Giordano e Fassino. Se messi insieme dicono 4 cose diverse. E Prodi ne dice una quinta. Benvenuti nella Repubblica Popolare Italiana. 

17.42: Villetti: “a sinistra riformismo debole”. Prima di lui, Cota, aveva definito Prodi ”un professorino da istituto tecnico più che un economista” 

17.38: Scambio di gentilezze tra Fini e Casini. Il dibattitto prosegue,molto più scialbo. Villetti evita critiche dirette al Premier ma chiede “più concorrenza” e chiede di escludere categoricamente ritorni al passato. 

17.08: Casini ricorda il calvario di Telecom, i passaggi a Colanninno e Tronchetti Provera e i continui interventi dello Stato e dei governi di sinistra. Attacco a Di Pietro: a mercati aperti ha chiesto le dimissioni di Tronchetti Provera.
Casini non entusiasma come Tremonti e Fini ma è analitico ed efficace, chiede ”meno balletti da salotto” e più concretezza,più privatizzazioni serie e non “politiche” 

17.01: Tocca a Casini e l’inizio è ”siamo moderati, ma non ingenui”. Se ci illumina e ci dice anche che non è di sinistra,stiamo a posto. 

17.00: Fassino chiude chiedendo di dimenticarsi questa vicenda. Non si capisce perchè dovremo lasciar correre; forse per beneficienza. 

16.50: Interviene Fassino. E apprendiamo che non vive in Italia. Accusa Tremonti di aver mentito sulle Finanziarie precedenti (mai censurate dall’Europa) e si dimentica del casino che stanno combinando in questi giorni. Poi afferma che Prodi nel suo famoso “siamo matti?” non si riferiva al Parlamento. In realtà si trattava di una partita di poker.
Benvenuti nel Partito Democratico. 

16.36: Tocca a Fini. Accusa Prodi di essere nervoso e intimorito. Richiama le parole di Tremonti (e questa è una notizia). Rimarca il fatto che il Presidente ha mentito agli italiani. Fini fa l’elenco delle bugie di Romano Prodi e le lega agli assetti bancari e finanziari di questo paese. Una lista di accuse gravissime.
Fini rimane il più grande oratore che l’Assemblea possa annoverare.

16.35: Affondo di Tremonti: Lei ha mentito agli italiani, all’aula e al paese. Non può governare con la necessaria dignità. Continui a ridere. 

16.32: Attacco durissimo di Tremonti: perchè consigliarsi con Rovati quando Rovati non è un economista. Accusa Prodi di essere un affarista, ma difende l’elettorato di sinistra: lì dominano, dice Tremonti, valori e principi diversi dai nostri ma valori e principi degni di rispetto. Il paese deve sapere che Prodi mischia affari e politica e usa gli uni per gli altri.  “O lei non è onesto o non è capace”. Quante cariche ha Presidente Prodi?
Strepitoso Tremonti, Prodi ridacchia nervoso.

16.26: Tocca a Tremonti. “Un piacere vederla in quest’aula, non è stato un piacere sentirla.” 
Tremonti accusa Prodi di non aver parlato di Telecom e rilancia “se schiacci il tubetto è poi difficile rimetterci il dentifricio dietro”. Accusa Prodi di aver commesso l’errore più grave: collocare Telecom sul mercato senza che ci fossero i capitalisti per comprarla.
Chiede chiarimenti al Governo su ciò che è accaduto: incontri privati, comunicati sugli investimenti esteri e totale discredito del Paese.
Alle spalle di Tremonti, Benedetto della  Vedova.

16.22: Continua Giordano, accusando gli industriali di fare profitti chiedendo al Governo di ripianare i debiti. Continua la TOTALE divergenza col discorso di Prodi: la rete ai privati,secondo Giordano, è un danno e porta diretta alla repressione delle libertà personali. Ma questo non è un governo dirigista. 

16.19: Parla Giordano. Serve attenzione per i lavoratori di Telecom, Tronchetti Provera accusa politca e sistema per discolparsi, il Governo ha il dovere di occuparsi di Telecom. L’esatto contrario di ciò che ha appena detto Prodi.

16.15: Iniziano gli interventi dell’Aula. L’ordine precostituito viene cambiato: Rifondazione e Ulivo si scambiano i posti, così Fassino potrà intervenire tra gli ultimi e non subito. L’ennesima fuga dal dibattito. 

16.13: La conclusione di Prodi: a chiederci un intervento è l’Europa, ogni governo interviene secondo la sua storia e i propri interessi. Il nostro governo, è evidente, ha agito male.

16.10: Prodi dice di non aver mai emesso giudizi su Telecom ma di aver, semmai, fatto notare che c’era un cambiamento di strategia in corso.
L’obbiettivo: non uno stato proprietario della rete, ma uno stato che garantisca un accesso equo alla rete. Per farlo servono regole chiare e trasparenti (le regole, per chi non lo sapesse, sono la grande fissa di Prodi). 

16.07: Scopriamo che Prodi conosce la storia della telefonia italiana. Cita con perizia tutti i passi principali del settore, dati e date come un fiume in piena. Poi la chiusura: Telecom Italia è debole, colpa dei debiti.
Poi imputa i debiti alle fusioni Olivetti-Telecom e Telecom-Tim.
Mastella telefona (Tim?), Rutelli si sistema il nodo della cravatta.

16.05: Continua l’attacco al Governo Berlusconi, sviando di fatto il discorso. Di Telecom già non si parla più. Proteste di Forza Italia e AN 

16.00: Prodi rivendica la più grande privatizzazione italiana, quando era Presidente dell’Iri e ricorda gli sbilanciamenti del capitalismo italiano. Attacco al centrodestra: “quando eravate al Governo avete fatto peggio di noi” e cita l’utilizzo della cassa Depositi e Prestiti 

15.55: Interviene Bertinotti e riapre la seduta, stigmatizzando il comportamento dell’opposizione e fa riprendere il Presidente Prodi, invitandolo a continuare. 

15.44: Seduta ancora sospesa, litigio Volontè-Bertinotti all’uscita dall’aula. Il Presidente della Camera avrebbe ricevuto rassicurazioni dai capigruppo del centrodestra riguardo all’atteggiamento da tenersi in aula. 
Visti i risultati non si può certo dire che il subcomandante Fausto abbia una gran capacità di moral suasion.
Arrivano le prime reazioni. Pecoraro Scanio: “Destra cerca rissa”. Berlusconi: “Prodi imbarazzante”. Gasparri: “Poco abituato alle dinamiche democratiche, ci fosse stato Pannella avrebbe saputo rispondere”.

15.15: Dopo vari bofonchiamenti e giravolte linguistiche il Presidente Prodi arriva al dunque: ” per me in particolare il dirigismo significherebbe sconfessare parte della mia storia professionale”. La Russa organizza la resistenza e il centrodestra si mobilita.
Rutelli sbotta, Chiti è perplesso, Prodi imperterrito cerca di ripetere la frase dieci volte. Niente, gli An boys glielo impediscono.
Bertinotti si riscopre di colpo istituzionalmente corretto e sospende la seduta. Riunione dei capigruppo in corso.

15.05:E’ il giorno di Romano Prodi alla Camera dei Deputati, per riferire sull’affare Telecom Italia.
L’inizio è subito polemico, con l’accusa di una replica dell’affare Telecom Serbia, dove si tentò di infangare l’onore del Presidente del Consiglio. Rimanda al mittente le accuse, attacca l’opposizione a cui non sono bastate le dimissioni di Rovati che “hanno fugato ogni dubbio”. Il Governo non è dirigista, non è statalista, si occupa solo di ciò di cui si deve occupare: le questioni di un’azienda privata.

 

Della superiorità di Stewie Griffin

Thursday, September 28th, 2006

 

McCain parla di Cameron, nuova alleanza cercasi

Wednesday, September 27th, 2006

It’s very obvious to me that what Mr Cameron is trying to do is what I’ve been trying to do: preserve your base principles and philosophies, but also see how you can shape those policies to attract what is viewed as the independent voter, or the great middle of the British electorate

Via Torydiary, via Spectator

 

Silvia

Tuesday, September 26th, 2006

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Il cielo dell’ America son mille cieli sopra a un continente,
il cielo della Florida è uno straccio che è bagnato di celeste,
ma il cielo là in prigione non è cielo, è un qualche cosa che riveste
il giorno e il giorno dopo e un altro ancora sempre dello stesso niente.

E fuori c’è una strada all’ infinito, lunga come la speranza,
e attorno c’è un villaggio sfilacciato, motel, chiese, case, aiuole,
paludi dove un tempo ormai lontano dominava il Seminole,
ma attorno alla prigione c’è un deserto dove spesso il vento danza.

Son tanti gli anni fatti e tanti in più che sono ancora da passare,
in giorni e giorni e giorni che fan mesi che fan anni ed anni amari;
a Silvia là in prigione cosa resta? Non le resta che guardare
l’ America negli occhi, sorridendo coi suoi limpidi occhi chiari…

Già, l’ America è grandiosa ed è potente, tutto e niente, il bene e il male,
città coi grattacieli e con gli slum e nostalgia di un grande ieri,
tecnologia avanzata e all’ orizzonte l’ orizzonte dei pionieri,
ma a volte l’ orizzonte ha solamente una prigione federale.

L’ America è una statua che ti accoglie e simboleggia, bianca e pura,
la libertà, e dall’ alto fiera abbraccia tutta quanta la nazione,
per Silvia questa statua simboleggia solamente la prigione
perchè di questa piccola italiana ora l’ America ha paura.

Paura del diverso e del contrario, di chi lotta per cambiare,
paura delle idee di gente libera, che soffre, sbaglia e spera.
Nazione di bigotti! Ora vi chiedo di lasciarla ritornare
perchè non è possibile rinchiudere le idee in una galera…

Il cielo dell’ America son mille cieli sopra a un continente,
ma il cielo là rinchiusi non esiste, è solo un dubbio o un’ intuizione;
mi chiedo se ci sono idee per cui valga restare là in prigione
e Silvia non ha ucciso mai nessuno e non ha mai rubato niente.

Mi chiedo cosa pensi alla mattina nel trovarsi il sole accanto
o come fa a scacciare fra quei muri la sua grande nostalgia
o quando un acquazzone all’ improvviso spezza la monotonia,
mi chiedo cosa faccia adesso Silvia mentre io qui piano la canto…

Mi chiedo ma non riesco a immaginarlo: penso a questa donna forte
che ancora lotta e spera perchè sa che adesso non sarà più sola.
La vedo con la sua maglietta addosso con su scritte le parole
“che sempre l’ ignoranza fa paura ed il silenzio è uguale a morte”.

 

L’addio di Tony Blair

Tuesday, September 26th, 2006

 

 ”I know I look a lot older, that’s what being leader of the Labour Party does to you. Actually, looking around, some of you look a lot older. That’s what having me as leader of the Labour Party does to you.”

“This terrorism is not our fault, we didn’t cause it. It’s not the consequence of foreign policy, it’s an attack on our way of life.”

“But above all else, I want to thank the British people – not just for the honour of being Prime Minister but for the journey of progress we have travelled together.”

“If we retreat now, hand Iraq over to al Qaida and sectarian death squads and Afghanistan back to al Qaida and the Taliban, we won’t be safer, we will be committing a craven act of surrender that will put our future security in the deepest peril.”

“Yes, it’s hard sometimes to be America’s strongest ally.Yes, Europe can be a political headache for a proud sovereign nation like Britain. But believe me there are no half-hearted allies of America today and no semi-detached partners in Europe.”

“The most common phrase uttered to me is not ’I hate you’ or ’I like you’ but ’I would not have your job for all the world’. The British people will, sometimes, forgive a wrong decision. They won’t forgive not deciding.”

“Whatever you do, I’m always with you head and heart. You’ve given me all I have ever achieved and all that we’ve achieved together for the country. Next year I won’t be making this speech but in the years to come wherever I am, whatever I do, I’m with you. Wishing you well, wanting you to win.”

Dopo Margareth Thatcher e Winston Churchill, l’Inghilterra consegna alla storia un altro grande leader. Nonostante tutte le divergenze, grazie Tony.

 

Quello che si dimenticano di raccontarvi su Tony Blair

Tuesday, September 26th, 2006

Corrierino e Repubblica sono fantastici, la quintessenza del non giornalismo. E’ in corso il congresso dei Laburisti a Manchester; un appuntamento che segnerà con un marchio indelebile tutti i prossimi scenari della politica di oltremanica.

E’ successo di tutto a Manchester in questi giorni. E’ successo che Gordon Brown si è candidato ufficialmente, bruciando (o almeno provandoci) le altre candidature interne (Reid su tutti). Ma Reid non l’ha presa bene e ha aspramente criticato Tony Blair e la sua gestione del partito

“I think he was stupid to himself and to our future prospects in saying he was going but he said it”.

Mentre accadeva tutto questo Cherie Blair sussurrava agli amici

 ”Gordon Brown is a liar”

e scatenava l’ennesimo polverone.

Peccato che i media italiani si siano tutti concentrati a dire che Brown ha elogiato Blair, che il passaggio era deciso da tempo e che il partito si prepara alla conferma a Downing Street. Tutto verosimile, ma non vero.

Il Labour Part è traumatizzato da anni di Blairisimo che l’hanno portato a perdere identità e radicamento tra l’elettorato. Il tentativo di “trasversalità” messo in atto dal primo ministro ha fatto si che ormai l’elettore medio non sappia più a che partito appartiene e,con l’innalzamento della mobilità elettorale, anche la popolarità di Blair si è schiantata, mettendo i Labour tra i 4 e i 7 punti dietro a Cameron.

Uscire da questo impasse sarà difficilissimo se non impossibile. Brown ha solo mezzo partito alle spalle e pochissimo appeal nell’elettorato progressista. Come se non bastasse,poi, chi non si occupa di politica preferisce sempre Cameron al presuntuoso Ministro delle Finanze.

Tutto questo,ovviamente, non ve lo racconterà nessuno.

 

New Tory

Sunday, September 24th, 2006

 

A testa alta

Saturday, September 23rd, 2006

Leggere anche : Astenersi perditempo di Starsailor         

                

Andrea,con un post articolato e puntuale, mette fine alla ridda di voci sul futuro di Tocqueville. Quello,e soltanto quello, è il documento su cui discutere e da cui partire. Seguiranno, e in parte sono seguite, aspre polemiche. La sensazione è che si tratti più di una guerra iniziata da tempo che non di una reale opposizione a ciò che Andrea ha scritto e questo, per quanto mi riguarda, pregiudica ogni tipo di confronto costruttivo.

Dalla riunione degli aggregatori in poi ho sentito argomentazioni, insulti, lamenti e grida; tutto questo senza che un “documento ufficiale” fosse mai stato prodotto. Oggi,con un documento su cui discutere, il tono del dibattito non è migliorato, anzi. Il problema non è il testo del documento,ma i rapporti (ormai logori) tra alcuni bloggers di quest’area politica.
Dico la mia in materia, cercando di rispondere ad alcune obiezioni, senza la pretesa di avere la verità in tasca. Il primo dubbio sollevato riguarda l’ormai nota “riunione degli aggregatori” del 9 e 10 settembre. Personalmente non vi ho partecipato per impedimenti personali ma ho delegato a persone fidatissime il compito di rappresentarmi. Non capisco come, però, si possano alzare polveroni sul fatto che una redazione si riunisca e decida cosa fare di un progetto che ha contribuito a tenere in vita. Con il massimo rispetto per tutti i cittadini troverei umiliante parificare il lavoro di chi, a volte ogni giorno, dedica parte del suo tempo libero a gestire ed aggregare un migliaio di blogs con le posizioni dei cittadini che scrivono un post e poi magari si lamentano perchè non lo vedono aggregato in tempo congruo. Se distinzione e meritocrazia ci deve essere,questa mi sembra la migliore soluzione: esiste una redazione che lavora volontariamente (e a nessuno è stato precluso di farne parte) e a quella redazione vengono demandati alcuni compiti e,perchè no, alcune responsabilità. Questo è accaduto, nulla di più. Non c’è stata nessuna riunione segreta e non c’è stata nessuna esclusione di qualcuno per far piacere a qualcun’altro.

Sulla forma societaria, poi, da giorni sentiamo dotte discussioni. “Scopo di lucro”, “finalità associativa”, “scopo mutualistico”. Sarà che il mio prof di Diritto Commerciale era un gran simpaticone ma io a tutte queste moralità intrinseche credo poco. L’ordinamento ci mette a disposizione delle forme giuridiche per organizzare il nostro vivere quotidiano; in un mondo regolato dal mercato mi pare buona cosa pensare a quale forma ci da più vantaggi, limitando al minimo i problemi. In un colloquio con Andrea a Viareggio (a notte fonda) mi ricordo che, parlando di una questione molto simile, dissi che avrei visto bene la trasformazione di Tocqueville in una srl per far sì che crescesse meglio.
La discussione e l’evoluzione successiva erano lontanissime ma, lo ribadisco, a me quella (e non la cooperativa, rindondante e soggetta a un seppur minimo controllo pubblico) sembra ancora la forma più agile e immediata per riuscire ad essere in poco tempo operativi e non rischiare di impantanarci in distinzioni giuridiche e in cavilli burocratici.

A mettere in disaccordo tutti, mi sembra, è il ruolo di Ideazione. Ideazione è una srl (toh,i casi della vita) che un bel giorno si fa carico di dare voce a un progetto certamente interessante ma che sarebbe rimasto lettera morta, quello dell’aggregazione dei blogs di area liberale (largamente intesi). Le evoluzioni successive le conosciamo.
Nessuno, quel giorno, si oppose. Nessuno disse: fermiamoci un attimo, mettiamo un tanto a testa e decidiamo “una testa un voto”. No,andava benissimo che Ideazione mettesse a disposizione redattori, server, tempo e idee a servizio del progetto.
Per me quel progetto è un progetto di Ideazione, che ora lo cede a un gruppo di aggregatori e a un suo capo-redattore ponendo precise condizioni per non snaturare l’idea iniziale. Arrivare adesso a dire che vogliamo (noi cittadini) il giocattolo indietro è cosa senza senso: l’obiezione andava fatta prima.
C’è poi da dire che la nuova struttura non cambierà nulla nei rapporti tra cittadini e aggregatore, posto che niente viene chiesto a nessuno. Che poi la possibilità di “partecipare” a questa nuova struttura sia data a chi volontariamente ha già deciso di contribuire mi sembra una mossa saggia che premia chi, nonostante mille difficoltà, non ha mai smesso di credere che questo fosse un progetto vincente.

Non abbiamo (e mi ci metto io per primo) nulla di cui vergognarci, non dobbiamo nascondere nulla a nessuno. Dobbiamo solo continuare ad essere orgogliosi del lavoro che abbiamo fatto e consci del grande impegno che ci aspetta: continuare a crescere, convincere gli indecisi e mettere il nostro marchio su questa fantastica rivoluzione culturale.

A testa alta.

 

Rilanciare il “dialogo sociale” contro la “Concertazione”

Friday, September 22nd, 2006

La concertazione altro non è che un peculiare metodo di partecipazione delle Parti Sociali al potere politico dello Stato, mediante un confronto che coinvolge sopratutto i provvedimenti di carattere economico e quelli di natura normativa che incidono sul mercato del lavoro. In Italia questo fenomeno, esistente da sempre, o almeno da quando esistono i sindacati, è stato istituzionalizzato con il cosidetto “Protocollo Giugni” del 1993. Un accordo con un fine ben preciso: regolare la dinamica di crescita dei salari e permettere di centrare il fondamentale obbiettivo dell’ingresso nell’Unione Monetaria Europea, conciliando così esigenze di politica dei redditi con i vincoli di bilancio pubblico.

Ma con l’andare del tempo, la concertazione, ha finito con lo svolgere compiti che vanno ben al di là del semplice confronto sui rapporti tra le parti sociali e sul sistema di relazioni industriali. Uno strumento che serviva per migliorare i rapporti socio-economici di un sistema paese in affanosa rincorsa verso un obbiettivo è diventato un grimaldello di ricatto politico a danno del governo di turno. L’uso distorto (ed eccessivo) di un “sistema di dialogo” con una struttura di quel genere ha portato al deprecabile esito di sottrarre quote di legittimazione al governo (eletto dai cittadini) per trasferirle a organi rappresentanti le parti sociali (organi del tutto parziali,  ancorchè costituzionalmente previsti).

Tommaso Padoa Schioppa e Cesare Damiano hanno, però, rilanciato questo “modus operandi” e,  dopo aver affermato che la situazione dei conti pubblici “è molto simile a quella del 1993″, hanno chiesto alle parti sociali di recuperare lo spirito del Protocollo Giugni e, in buona sostanza, hanno ammesso di essere pronti a decidere insieme quali debbano essere le prossime mosse economiche dell’esecutivo.
A parte la situazione di confusione istituzionale che si crea e tralasciando il fatto che vengono parificati due enti di natura completamente diversa (il governo, espressione di una maggioranza elettorale e il sindacato, espressione di interessi particolari), concentriamoci sugli aspetti maggiormente tecnici.

La prima cosa da rilevare, ed è evidente a tutti, è che la situazione economica non è la stessa che c’era nel 1993. Non lo è a livello di conti pubblici, innanzitutto. Non si riuscirebbe a spiegare, altrimenti, una manovra come quella impostata dal ministro dell’Economia, così diversa (per obbiettivi e modulazione) da quelle del primo governo Amato(1992-1993).
Ma è la situazione stessa dell’Italia a non essere paragonabile: in 13 anni sono cambiati moltissimi scenari. Il passaggio da una struttra industriale ad una società di servizi ha subito un’accelerazione sensibile, lo stesso dicasi per il processo di integrazione europeo e la conseguente interdipendenza della nostra economia dagli altri mercati. Ma ad essere cambiato è sopratutto l’oggetto del contendere, ossia il mercato del lavoro.
Sono state introdotte massiccie dosi di flessibilità in entrata, sono state approntate riforme importanti (parzialmente non applicate), è stato varato un provvedimento epocale come la Legge Biagi ed è,in piccolissima parte, mutato anche il sistema delle relazioni industriali. Non si tratta di cambiamenti epocali, sia chiaro, ma probabilmente siamo di fronte ad una modernizzazione del nostro mercato che viene frenata dalle tante (troppe) spinte conservatrici in questo senso.

Una di queste spinte, probabilmente la più incisiva, arriva proprio dalla concertazione. Un sistema vecchio, che non può dare risposte serie ai problemi, nuovissimi, che la globalizzazione ci pone. Occorre cambiare rotta e serve farlo in fretta.
Al momento le idee che circolano sono pochissime, tutte retrodatate e tutte poco coraggiose.

La politica dei redditi, per quanto virtuosa, è uno strumento inefficiente a contrastare le sfide moderne. Serve una politica che miri all’inclusione sociale e all’aumento della competitività; uno strumento agile e rigoroso. Agile, perchè non deve impantare i processi di riforma nella palude del consenso sindacale; rigoroso perchè deve redistribuire e ridefinire al meglio le responsabilità. Il governo deve fare il governo, il parlamento deve occuparsi delle leggi e il sindacato deve fare il sindacato,conscio del fatto che non rappresenta la maggioranza dei cittadini e che non ha alcuna legittimazione universale. Altrimenti facciano un partito e si candidino a governare.
Il confronto tra parti sociali e istituzioni elette non deve diventare un obbiettivo in sè, ma deve essere lo strumento attraverso cui si snoda l’iterazione quotidiana tra le diverse realtà del nostro ordinamento.

Quello che serve ora è una procedura largamente usata a livello comunitario, quella del “dialogo sociale”. Uno strumento che richiama il governo alle sue responsabilità, senza per questo escludere le parti sociali dall’iter consultivo.
Il dialogo sociale, per come lo si intende in Europa, prevede una fase calendarizzata di discussione dei provvedimenti che il governo intende assumere riguardo il mondo del lavoro. In questa fase, meramente esplicativa e consultiva, le parti e il governo trattano e discutono.
Se la discussione risulta infruttuosa (o le parti sociali rifiutano il confronto) il governo può continuare nel suo compito di indirizzo politico, forte dell’investitura popolare e delle prerogative che la Costituzione gli assegna. Qualora, invece, si giunga ad un accordo,questo deve rappresentare la base obbligatoria per la traduzione in legge (o in altro provvedimento concreto). Una volta firmato un protocollo,insomma, è obbligo del governo darne seguito, così come è obbligo delle parti sociali aderenti non opporvisi.

E’ uno strumento certamente semplice, di utilizzo immediato e con procedure non complesse che,può, in una fase di transizione come questa, rilanciare l’idea di un paese che sta tentando di modernizzarsi, mettendo all’angolo le prese di posizione ideologica di alcune rappresentanze di categoria.
Questa è l’unica via per cambiare davvero senza scompensi e tensioni sociali, è l’unica via per continuare sulla strada di un riformismo serio e de-ideologizzato.

 

No logo

Tuesday, September 19th, 2006

Se pensate che sia il nuovo simbolo dei DS,vi sbagliate. E’ il simbolo dei conservatori inglesi.

Ispirato dalla nouvelle vague conservatice di David Cameron, sostituisce (non senza polemiche), la vecchia torcia conservatrice.

Noi,tradizionalisti, sospendiamo il giudizio.

 

Svezia,crolla l’ultimo mito del Novecento

Sunday, September 17th, 2006

E’ davvero con immenso piacere che ospitiamo l’intervento dell’amico Domenico riguardo all’odierna affermazione dei conservatori in Svezia, patria della socialdemocrazia e del welfare state modello “scandinavo”. Una svolta importante che meritava un commento autorevole come il suo. Quando vorrà scrivere, qui uno spazio glielo troviamo sempre.

Pochi miti sono stati longevi come quello della socialdemocrazia svedese. Eppure tutto
ha una fine e ci troviamo a dover commentare, stasera, la fine del leggenderario predominio della sinistra in Svezia. Ora è ufficiale: il paese scandinavo ha scelto di svoltare a destra, affidando la maggioranza dei seggi all’Alleanza per la Svezia guidata dal leader del Partito Moderato Fredrick Reinfeldt.
Quante volte abbiamo scritto un post per commentare risultati elettorali di piccoli paesi? Poche, forse mai. Ma in questo caso l’evento è più importante di quanto possa sembrare. Crolla uno dei miti del Novecento, crolla il mito degli svedesi alti, biondi e socialdemocratici.
Alti e biondi lo sono ancora (nonostante l’inevitabile miscuglio di etnie provocato dall’immigrazione) ma sulla terza caratteristica da oggi in poi sarà meglio andarci cauti. Il welfare state scandinavo può funzionare solo in paesi con un limitato numero di abitanti e troppo spesso, anche dalle nostre parti, è stato preso a modello in maniera superficiale ed erronea. Ora lo rinnega anche la maggior parte degli svedesi e il fatto (ripetiamo,STORICO) merita una riflessione.

Cosa può aver spinto uno dei popoli più ricchi e benestanti d’Europa a cambiare così radicalmente registro? Cosa può aver provocato questa voglia di provare la via liberalconservatrice dopo decenni di successi economici e sociali?
La risposta non è poi così difficile, basta essere stati in Svezia negli ultimi tempi. Il problema dell’immigrazione è sempre più sentito tra la gente, nonostante la proverbiale (e quella sì, invidiabile) tolleranza scandinava. Provate a salire su un bus in una qualsiasi grande città svedese (Stoccolma, Uppsala o Malmoe) e vi accorgerete che di svedesi alti e biondi non ce n’è nemmeno uno. Tutti immigrati, tutti arabi, maghrebini, senegalesi, turchi. Anche un calabrese come me, in quel momento, si è sentito nordico. Strana sensazione da provare in Svezia, non credete?
Eppure la situazione è proprio questa. Gli immigrati sono invogliati ad andare a vivere in Svezia a causa del latte che possono succhiare indisturbati dal seno dello Stato balia. Mica scemi, questi immigrati. Ma un welfare state di stampo scandinavo non può reggere l’urto di grandi masse che spingono alle porte della cassaforte statale. Dicevamo prima che questo sistema socioeconomico può aver successo solo con un bacino di ‘utenza’ limitato.
L’immigrazione, dunque, cardine principale della svolta svedese? Forse, ma non solo. L’argomento principe della campagna elettorale è stato quello fiscale e tributario. Agli svedesi piace avere tutto a portata di mano a spese dello stato, questo è fuori discussione. Ma ad un certo punto anche loro si sono chiesti se fosse una cosa realmente invidiabile essere ai primi posti nel mondo per pressione fiscale e prelievo contributivo. E la risposta sembra essere stata abbastanza chiara. Va bene il welfare state, ma non siamo mica fessi!
E la chiave del successo del blocco liberalconservatore sta proprio nel giusto approccio adottato nei confronti dell’elettorato. Non si poteva dire (e infatti non si è detto): smantelliamo completamente lo stato sociale. Troppo shock per un paese abituato a vivere in un certo modo da decenni. I leader di centrodestra hanno avanzato ragionate e ragionevoli proposte di riforma non troppo radicali che gli elettori hanno ascoltato e promosso.
Ora sta a chi ha vinto saper governare la Svezia in un modo nuovo, cercando di rimuovere poco alla volta i lacci opprimenti di un sistema socioeconomico che avrà pure avuto i suoi benefici ma che è ormai qualcosa di vetusto e fuori tempo.
Il futuro, e lo diciamo da anni ormai, sarà liberale. O non sarà.

                                                                                       Domenico Naso

 

Giulietta è una zoccola

Sunday, September 17th, 2006

Strano paese l’Italia. Quando una delle poche giornalisti degne di tal nome esistenti in questo paese se ne va lasciandoci un vuoto incolmabile, sarebbe buona cosa se tutti (e dico proprio tutti) evitassimo di strumentalizzarla politicamente e ricordare che, scontri ideologici a parte, esiste un lascito di articoli, libri, saggi e papmphlet che non possiamo dimenticare e di cui non possiamo non dirci orgogliosi.
Nella stessa maniera in cui io riconosco la grandezza di Umberto Eco e Gianpaolo Pansa, tanto per fare due nomi.

Ma in questo paese,no. Non si può essere normali, non ci riesce proprio di essere seri. E allora, oltre ogni lecito limite politico, ci è toccato sentir dire che quella della Fallaci era una prosa arruffata, priva di argomentazioni, buona per dialoghi da bar. Un monologo per pochi avventori di un oste di periferia, se non fosse per 20 milioni di copie vendute.

Quest’italia così provinciale e faziosa sarebbe riuscita a bollare Picasso come un discreto geometra, Kandinskij come un pittore infantile, Mozart come una faccia buona solo per fare cioccolatini. E Giuletta come una zoccola, ovvio.