Archive for July, 2009

Feltri a “Il Giornale”, Giordano al Tg5

Thursday, July 30th, 2009

Inizierà ufficialmente oggi il super valzer di direttori che vedrà coinvolte alcune delle più importanti testate giornalistiche nazionali. Vittorio Feltri comunicherà questa mattina ai suoi collaboratori a “Libero” di aver accettato l’offerta della famiglia Berlusconi e di accasarsi alla direzione de “Il Giornale”. Con lui, nella nuova avventura, anche il fidatissimo braccio operativo Alessandro Sallusti, in questi anni direttore responsabile della testata.

Feltri prende il posto di Mario Giordano, ma per l’ex direttore di Studio Aperto non si tratta di un sconfitta, tutt’altro. Gli sarà,infatti, affidata la guida del Tg5 dove cercherà di replicare gli ottimi risultati in termini di ascolti già ottenuti con l’informazione di Italia Uno.

Il domino editoriale non si ferma qui e vede coinvolto anche l’attuale direttore del Tg5, Clemente Mimun, a cui Berlusconi vorrebbe affidare la direzione di RaiFiction ma su questo versante esisterebbero alcuni veti “politici”, probabilmente leghisti. In ogni caso per Mimun è certo un ritorno in Rai.

Rimane vuota la casella di “Libero”, dove ancora occorre capire quale sarà il futuro della testata. Non si esclude l’ipotesi accorpamento con “Il Giornale” e il tentativo di creare una “Repubblica” di destra, lanciando un’autentica sfida editoriale-politica al quotidiano di Largo Fochetti.

Se così non fosse in pole position ci sarebbe Franco Bechis, brillante direttore di Italia Oggi. A favorire una soluzione di questo tipo lo stile molto simile a quello di Feltri e i trascorsi a Libero, che lo renderebbero molto gradito all’ambiente. In seconda fila, Gianluigi Paragone, spinto dallo stesso Feltri che gli ha dato ampio spazio in questi mesi e Roberto Arditti de “Il Tempo”, già portavoce di Scajola e vicino ad ambienti economici importanti, anche se un po’ romanocentrico nonostante le origini lodigiane.

Tra i nomi circolati ieri anche la soluzione Oscar Giannino, che sconta però un’eccessiva indipendenza e la non fortunata esperienza di Libero Mercato.

 

Ripartire dalla gente

Wednesday, July 29th, 2009

E’ possibile all’interno del Pdl affrontare in termini sereni un dibattito per così dire culturale sul partito senza per questo essere accusati di lesa ortodossia? Crediamo di sì. Sia ben chiaro, il Pdl inteso come risultato del divenire di Forza Italia e Alleanza Nazionale è l’espressione vincente di molte partite, alcune assai rilevanti. Berlusconi ha polarizzato il voto di centrodestra quando sembrava che il paese, al crollo della prima repubblica, fosse necessariamente consegnato alla guida della sinistra.

Le innovazioni negli assetti istituzionali del paese, delle regioni, dei comuni hanno garantito governabilità e tempestività delle decisioni. E poi il bipolarismo che ci avvicina alle più mature democrazie occidentali. Non ultimo il risultato elettorale del Pdl alle elezioni amministrative ed europee, a riprova dell’approvazione che l’elettorato ha tributato al progetto.

Questo ed altro è, nessuno può negarlo, nel corredo di quell’area di pensiero che partendo da Forza Italia e arrivata all’oggi. Uno scenario che, peraltro,vede l’assenza a sinistra di un progetto in grado di sovvertire la situazione. E non sono affermazioni di parte.
Accanto ai risultati, ragguardevoli, tuttavia, vi sono anche questioni oggetto di dibattito. Nella ricerca costante del risultato, forse, si sono un po’ perse di vista democrazia interna e rappresentanza dei territori.

Si badi bene, non si tratta di una debolezza organizzativa del Pdl, tutt’altro: gli strumenti della comunicazione e del momento elettorale sono anzi di tutto rilievo. Il partito non è certo più di plastica, si pensi alle grandi mobilitazioni di piazza o dei gazebo.

Si tratta piuttosto di una qualche carenza nella partecipazione democratica, nel latitare di luoghi e strumenti di dibattito, nell’enfasi eccessiva del ruolo degli eletti. E’ lì, va detto senza infingimenti, che occorre lavorare. Il problema non sono le dirigenze attuali di regione e provincia, assolutamente stimabili, ma la sensazione che vada recuperato qualcosa al senso democratico e di partecipazione che larga parte di noi si portano addosso.

Le ultime competizioni amministrative hanno visto l’elezione di tanti nuovi tra i consiglieri comunali e i sindaci della nostra provincia. A loro e ai tanti, tra gli iscritti, che vogliono militare, va detto qualcosa intorno ai temi della partecipazione e del dibattito, che non possono indefinitamente essere elusi.

Quanto a Udine occorre essere consequenziali: il Pdl non può essere etero diretto da un lato né monopolio di alcuni. Solo gli iscritti,accanto agli eletti, in quanto espliciti aderenti hanno diritto di concorrere alle scelte. Questo in barba ai cosiddetti poteri forti; a chi vorrebbe decidere in casa Pdl pur essendo esponente di altri partiti; a chi nello stesso nostro partito preferisce il centrodestra udinese debole piuttosto che forte.

Il senso dei partiti, esplicita la costituzione, pare proprio questo. In alternativa una democrazia mediatica, liderista o le scelte di pochi.

Massimo Blasoni e Adriano Ioan, Pdl Udine

 

Continuiamo a preferire W

Tuesday, July 28th, 2009

Obama spegne le news anti-Castro, magari manderà anche due righe di scuse al dittatore cubano per il disturbo.

Siamo perfettamente in minoranza, ma continuiamo a preferire George W, quello del “dissidenti di tutto il mondo unitevi”.

 

Una testimonianza e una denuncia

Sunday, July 26th, 2009

Sono stata testimone della chiusura per ferie del reparto Cure Palliative dell’Ospedale di Udine. Ho visto i pochi letti ancora occupati (quattro al 3 luglio) liberarsi per cause naturali (decessi) o per trasferimento presso altre strutture (Rsa). Ero lì quando si sono abbassate le saracinesche, spente le luci della sin troppo lussuosa cucina, fatto definitivamente silenzio in un luogo che per sua natura annienta i rumori.
Sembrava un paradosso da Hallowen l’annuncio che la “riorganizzazione programmata dei reparti ospedalieri per il periodo estivo” comprendeva anche un taglio netto a quei sei posti letto, voluti dalla gente attraverso una sottoscrizione pubblica e l’aiuto di privati buoni e volonterosi. E’ successo un po’ quel che accade quando della gente comune si mobilita per aiutare un bambino a curarsi all’estero e proprio prima dell’inizio del viaggio della speranza il bambino improvvisamente muore. Una beffa del destino, il sopravvento dell’imponderabile.
Le cure palliative e il reparto che le applica non rientrano però in una partita a dadi. Non consentono vittorie o sconfitte perché appartengono all’area del mistero dove le risposte aleggiano, ma non si posano.
Non avrei voluto capire, seguendo un letto con il suo macabro corredo di ossigeno e flaconi tintinnanti lungo un corridoio, che una riorganizzazione – termine fantozziano se liberato dalla sua contingente tragicità -, avesse potuto depennare per due mesi l’utilizzo dell’unico luogo deputato a familiarizzare con il tabù del fine vita: la parola morte è troppo tranchant, insopportabile per chi ritiene, sempre, di aver diritto ad almeno ancora un giorno di vita. Eppure l’OMS non è ricorso a giri di parole nel definire le cure palliative: “…forniscono il sollievo dal dolore e da altri gravi sintomi, sono garanti della vita e considerano la morte un processo naturale che non intendono affrettare né ritardare”, “…integrano gli aspetti psicologici e spirituali della cura dei pazienti e offrono un sistema di supporto per aiutare i malati a vivere nel modo più attivo possibile fino alla morte”, “…rispondono ai bisogni dei malati e delle famiglie, offrendo, qualora necessario, un intervento di supporto nella fase di elaborazione del lutto”. Poste in questi termini le cure palliative equivalgono alla speranza, parola altrettanto contraddittoria se applicata al momento della conclusione della vita. Eppure, chi approda a quel reparto (in tutte le stagioni, estate esclusa) lo fa perché è al termine di un percorso, a volte lunghissimo, di sofferenza fisica e psichica. E vede paradossalmente in quelle stanze una prospettiva di pace, di possibile assenza di dolore. E’ in questa fase di vaga ebbrezza che si abbatte la mannaia dell’economia della salute per la quale un posto letto liberato è un risparmio assicurato; e non sono esclusi vantaggi e benefits per i primari più virtuosi, quelli che… “una flebo e via”. L’Ospedale, in questa ottica, diventa un pit stop a cui segue un’ assistenza domiciliare o un parcheggio, spesso definitivo, in una cosiddetta Rsa che, per quanto riguarda Udine, equivale alla Quiete, casa di riposo sovente eterno (Eluana Englaro docet). La procedura fissata dai contabili del dolore prevede che i malati “stabilizzati” (ma non ci sono medici in grado di dire in termini incontrovertibili se un malato lo è o meno) se ne stiano a casa propria con la scorta di ossigeno e quella di morfina e, se proprio vogliono, anche con un bel letto articolato quasi identico a quello ospedaliero. Perché mai, ad esempio, non trasformare un grazioso miniappartamento di una quadrifamigliare di periferia in un efficiente e provvisorio reparto di oncologia ? I servizi sono garantiti da medici e infermieri ambulanti: una manna per chi pensa che il miglior capolinea della vita sia la propria abitazione dove nessuno verrà preventivamente a controllare se c’è un impianto di condizionamento, se ci sono i requisiti oggettivi per ospitare un malato gravissimo (bambini, anziani, donne in gravidanza, superficie calpestabile, disponibilità psicologica a farsi carico di una tragedia).
E se la situazione da grave diventasse gravissima? Se cioè i parenti avvertissero, magari sbagliando, in un respiro anomalo un indizio della fine? Il ragioniere della salute ha pensato a tutto: si chiama il 118 e ci si fa ricoverare in ospedale tornando così alla casella di partenza passando, elemento che potrebbe far retrocedere drammaticamente la partita, dal pronto soccorso dove farsi assegnare il codice verde bianco o rosso.
Ho visto malati, con dolori acuti e insopportabili, stazionare per ore in quel cono d’ombra che è il pronto soccorso dove la direttiva è di limitare al minimo i ricoveri. I “fortunati” che sono stati poi dirottati in un reparto hanno potuto finalmente approdare alla morfina dopo essersi intossicati con farmaci blandi, inutili e soggetti alle valutazioni ballerine dei medici di passaggio sin lì interpellati.
Ho visto malati rimbrottati perché non avevano attivato l’ADI, una scoperta per loro che, pur in fase terminale, pensavano bastasse la bonomia del medico di base e qualche richiesta di consiglio telefonico al day hospital o alla introvabile guardia medica.
Ho visto ammalati terminali giudicati dimissibili o trasferibili (a casa o nella Rsa) a fronte di un quadro clinico devastante di cui erano più consapevoli essi stessi dei vari medici in transito.
Il reparto Cure Palliative è stato voluto, così era stato detto, per tenere accesa una luce là dove ormai ci sono solo ombre davanti alle quali la cultura occidentale ci ha insegnato solo ad aver paura. Non è un optional, quel reparto, in un territorio dove la realizzazione di un hospice è oggetto di battaglia politica per mantenere discutibili equilibri di potere. E soprattutto è un reparto che coincide drammaticamente proprio con l’hospice perché la sua funzione non è curare, ma accogliere. Tutto ciò però non basta, per gli aziendalismi della salute, a giustificarne l’apertura durante tutti i mesi dell’anno e, se viene deciso di appendere – come in qualsiasi azienda metalmeccanica –, il cartello “chiuso per ferie” le opzioni Adi e Rsa ritornano trionfalmente in campo e spacciate per privilegi anche a chi chiede, con un fil di voce, di restare lì.
E a nulla vale il desiderio espresso di non salire più su un’ambulanza, o di finire in un altro posto sconosciuto o di tornare in quella casa dove si è conosciuto solo il dolore. La procedura è inequivocabile: i letti devono essere liberati, bisogna far lavorare il colosso internazionale a cui fa capo Medicasa, bisogna alimentare i posti letto della Rsa che forse, chi l’avrebbe mai detto, è l’hospice occulto e inadatto di un sistema sanitario che gioca con i dati del Potere che, dove ci sono i deboli, gli ammalati, può finalmente e tragicamente trionfare.

Dal Blog Messaggero Friulano

 

Viva Alessia Rosolen

Saturday, July 25th, 2009

Alessia Rosolen è Assessore Regionale al Lavoro in Friuli Venezia Giulia. Politicamente arriva da Alleanza Nazionale e giovedì ha scritto questa straordinaria lettera al Piccolo di Trieste. Io sottoscrivo.

L’attuale difficile fase socio-economica dimostra che non basta l’efficacia dell’azione amministrativa per restituire credibilità alle istituzioni e partecipazione ai cittadini. Non è più sufficiente rivendicare legittimamente il risultato, occorre ridare una prospettiva alle speranze della società. Per farlo credo si debba affermare, come ha avuto modo di dire il ministro Ignazio La Russa, che oggi c’è un vuoto di partecipazione e senso di appartenenza. E questo vuoto va riempito, prima che a farlo siano la demagogia del qualunquismo, la furbizia dei parvenu o, all’opposto, la scaltrezza di navigati uomini politici.
Mi onoro di appartenere ad un partito che ha saputo creare in poco tempo un’ondata di consenso attorno a sé, capace di reggere agli urti mediatici di tutti questi mesi. Ma ho la consapevolezza che, se si continua sulla strada dell’isolamento dalla gente, il rischio sia quello di disperdere un patrimonio di militanza, mobilitazione e partecipazione che ha permesso ad un intero ambiente politico di restare unito nei momenti di sconfitta e di saper affrontare le sfide per essere classe di governo. Si sta consolidando la prassi – insolita per chi come me proviene da un partito caratterizzato da congressi unitari ma soprattutto da congressi «di scontro» – di notificare le decisioni e gli indirizzi politici sulle pagine dei giornali. Ritengo sia una scelta comoda, ma non utile. Facile, ma di breve respiro.
Se riduciamo lo spazio di dibattito a vantaggio esclusivo della comunicazione «istituzionale»; se azzeriamo lo spazio di elaborazione politica e culturale per lasciare visibilità soltanto allo spot di una conferenza stampa o alla campagna elettorale permanente togliamo senso all’esistenza di un partito – che è quotidiana mediazione fra interessi diversi nell’ottica di una comune visione di futuro – e lasciamo il campo aperto a solitarie e personalistiche battaglie di potere. Per questo sono convinta che occorra ripartire dalla base, che è un concetto di cui nel tempo si è abusato ma di cui occorre urgentemente riappropriarsi.
Occorre ricreare degli spazi di reale dibattito interno. Occorre, come ha affermato La Russa che è anche uno dei tre coordinatori del Pdl, dotare il partito di organismi che funzionino e all’interno dei quali vi sia condivisione e formazione di idee e di progetti. È necessario riportare le decisioni nei luoghi di discussione e sottrarli alla scelta di pochi: non siamo casta, non dobbiamo diventare un club. Occorre riappropriarsi delle piazze, quelle reali e non quelle del qualunquismo, quelle dove si ha il coraggio di incontrare l’entusiasmo o la delusione della gente. Quelle dove un politico possa tornare ad incontrare le aspettative dei suoi concittadini ai quali provare a raccontare quale futuro ha immaginato per loro e per i loro figli.
Abbiamo chiuso la Prima Repubblica pensando di poter chiudere anche con i partiti. Ci siamo risvegliati da questa illusione pronti a esaltare il successo ottenuto da chi ha restituito partecipazione ed è tornato «fra le gente». Ci siamo ritrovati a confrontarci con il rimpianto per i partiti «di una volta» che avevano la capacità di riunire attorno ad un progetto i loro militanti e sapevano svolgere così quella loro irrinunciabile funzione sociale, di punto di incontro e di sintesi tra le domande dei cittadini e le Istituzioni che le interpretano.
Il Popolo delle Libertà è evidentemente una macchina nuova che necessita di rodaggio. Ma nessuno può pensare di poter affrontare questa fase attendendo su un piedistallo che quest’auto inceppi il motore per poi dire «ve l’avevo detto».
Senza valori e senza responsabilità non si crea il bene per il territorio e la Comunità nella quale siamo chiamati a vivere e ad operare. Rafforzare, innovare e ripensare la società deve condurci a disegnare una visione degli anni a venire che ristabilisca un patto di reciproca fiducia fra la Politica e i cittadini.

 

Change is coming

Friday, July 24th, 2009

Straordinaria impresa dei Conservatori inglesi di David Cameron che nelle elezioni supplettive per il collegio di Norwich North hanno fatto eleggere una ragazza di 27 anni, Chloe Smith.

In un collegio tradizionalmente laburista, la ragazza il cui motto è “If you’re good enough, you’re old enough” ha battuto i candidati di Labour Party, Lib Dem, Verdi, Ukip e Bnp assicurandosi il 39.5% dei consensi, più 6% rispetto all’ultimo voto conservatore da queste parti e con un “party swing” dai laburisti ai conservatori di 16 punti percentuali. Complimenti.

 

Vivi il Pd, cambia l’Italia, trucca il rimborso

Friday, July 24th, 2009

Straordinario scoop de “Il Foglio” che scopre la lettera con cui Ignazio Marino si vede contestati alcuni rimborsi spese percepiti dall’Università di Pittsburgh.

“Alla data di oggi, riteniamo di aver scoperto una serie di richieste di rimborso spese deliberatamente e intenzionalmente doppia all’UPMC e alla filiale italiana. Fra le altre irregolarità, abbiamo scoperto dozzine di originali duplicati di ricevute con note scritte da Lei a mano. Sebbene le ricevute siano per gli stessi enti, i nomi degli ospiti scritti a mano sulle ricevute presentate a Pittsburgh non sono gli stessi di quelli presentati all’UPMC Italia. Avendo sinora completato soltanto una revisione parziale dell’ultimo anno fiscale, l’UPMC ha scoperto circa 8 mila dollari in richieste doppie di rimborsi spese.”

A scriverlo è Jeffrey A. Romoff, direttore del centro medico dell’Università. Adesso rimane da capire se Ignazio Marino abbia o meno firmato quelle contestazioni, assumendossene la responsabilità.

Potrebbe essere già la fine per il candidato che ha cavalcato, più di tutti, una presunta questione morale.

 

Reforma

Friday, July 24th, 2009

 

Bravi Tutti

Friday, July 24th, 2009

Prima Madonna, ieri Bruce Springsteen, a fine Agosto i Coldplay. Udine è la capitale del rock estivo 2009 e a Udine sono arrivati in molti da fuori Regione e dal resto d’Europa, grazie ad eventi come questo.

Merito certamente della posizione strategica della nostra città, ma merito anche e soprattutto del lavoro di tanti amministratori: da Renzo Tondo a Luca Ciriani, da Furio Honsell a Kristian Franzil. Non ci sono colori politici, oggi, cè solo la soddisfazione di aver rivisto Udine al centro delle cose dopo tanto tempo.

Adesso sarà tutta una corsa a dire che è successo grazie al lavoro del centrodestra in Regione o grazie agli sforzi del centrosinistra in Comune. Io dico soltanto “bravi tutti”, perchè qui lo sono stati davvero ed è giusto riconoscere i meriti di chi, una volta ancora, ci ha reso orgogliosi di Udine e del Friuli.

 

Tutto il mondo è paese

Wednesday, July 22nd, 2009

Partirà in questi giorni la campagna mediatica contro David Cameron, orchestrata da Channel 4 e dal Labour Party. Il tema è l’appartenenza di un giovanissimo Dave ad un elitario club di ubriaconi alla Oxford University.
Troveranno foto, forse video, di Cameron ubriaco. Lo sputtaneranno, o forse ci proveranno e basta, senza riuscirci.

La stessa cosa l’avevano fatta con George Bush e la stanno facendo con Silvio Berlusconi. Non è bello, ma è tipico della sinistra mondiale. Cameron vincerà, nonostante queste idiozie.

 

Semplicemente Democratici

Wednesday, July 22nd, 2009

Ma ve lo ricordate il Partito Democratico che nei giorni del caso Eluana gridava contro le ingerenze cattoliche? E ve la ricordate Debora Serracchiani che esordiva davanti al grande pubblico tenendo dotte lezioni di laicità?

Loro, si sa,l’agenda mica se la fanno dettare dalla Chiesa. Sono già un passo oltre. Oggi inizia  in Consiglio Regionale la discussione della proposta di legge che vorrebbe garantire le misure di welfare soltanto ai cittadini residenti in Friuli Venezia Giulia da almeno 15 anni (proposta della Lega, sui cui si troverà un’ovvia mediazione al ribasso). Il Pd locale, a corto di argomenti e di idee, che fa? Spedisce una letterina a tutti i vescovi e i parroci della Regione per “informarli” su quanto sta accadendo e “invitarli alla mobilitazione”. La letterina – stando a Il Piccolo- sarebbe firmata dai consiglieri Menis, Codega, Brussa e Moretton, uno per Provincia.

La prossima volta che vi vengono a parlare di ingerenze cattoliche, ricordatevi con chi abbiamo a che fare.

 

Cook 2012

Tuesday, July 21st, 2009

Non servono le primarie. Il candidato è lui.

 

Non so a voi

Tuesday, July 21st, 2009

A me l’unica cosa che sta veramente sulle palle è che mentre il Partito Repubblicano perdeva le elezioni negli Stati Uniti, lo zio Silvio stesse festeggiando con uno zoccolone barese nel lettone che gli ha regalato un oligarca russo.

Il resto sono tutti cazzi suoi, ma il momento (soprattutto per me e il socio) è stato drammatico.

 

America 24

Monday, July 20th, 2009

America24: Bellissima Idea, sito carino, scritto bene. Va dritto dritto nei preferiti.

 

Sicuri?

Monday, July 20th, 2009

La Moratti ci ha messo il carico e ha rilanciato con insospettabile tempismo il tema del disagio giovanile, dell’alcolismo, dei divieti.

L’ordinanza del Sindaco di Milano è sbagliata, politicamente e giuridicamente. Lo spiega, in maniera davvero impeccabile, Carmelo Palma su Libertiamo.it.

Sul tema si è sempre speso molto l’amico Anzolini dell’Udc, che sul Messaggero Veneto di oggi rilancia l’idea di “un’ordinanza anti-alcol” con un “forte valore sia simbolico che preventivo”.

Siamo tutti d’accordo che occorra riflettere sulla diffusione del consumo di alcolici tra giovani e giovanissimi. Quello su cui non ci troviamo è il ruolo dello Stato e delle leggi.

Se la norma e i provvedimenti vanno giudicati per il loro valore “preventivo” e, quindi, per i risultati che raggiungono allora dobbiamo avere l’onestà di ammettere che l’economia (e  il diritto) della proibizione non hanno mai funzionato (qui).

Sul dato “simbolico” non abbiamo il minimo dubbio sul fatto che si stiano confondendo i piani: allo Stato spettano altri compiti, non quello di intraprendere battaglie culturali a colpi di divieti, peraltro inefficienti. In una concezione di Stato Liberale, con un forte accento sull’etica della responsabilità individuale, meglio sarebbe investire sull’informazione e sulla responsabilizzazione dei nostri giovani.

Per una volta, e capita molto di rado, sono d’accordo con il sindaco Honsell: reinvestire in campagne di informazione una parte degli utili che il Comune percepisce grazie alle pubblicità di alcolici o grazie all’affitto di spazi per la somministrazione di alcol. Certo, non è carino, prendere lezioni dalla sinistra anche su questo tema.