Corsa Clandestina che si è corsa nell’ippodromo Città di Udine e di cui ci informa un amico molto attivo nel campo delle telecomunicazioni.
TIPOLOGIA DELLA GARA: I cavalli vengono fatti correre come se fosse una gara nazionale, davanti a poco più di 700 spettatori, invitati all’evento sulla base del sesso e dell’età.
SCUDERIE IN GARA: La pista è stata idealmente divisa in due grosse corsie. In quella di destra corrono Varenne e il fido alleato nordico Groom de Bootz. Al centro Ipson de Mormal che, lo ricordiamo, negli ippodromi friulani ha sempre contribuito alle vittorie e alle sconfitte delle scuderie di destra.
Nella corsia di sinistra il solito Fan Idole (spinto dai locali Deb Idole e Martin Idole e guidato in città dal fantino Hons Idole) aiutato dal cavallo più amato dai giudici di gara , Galopin du Ravary, e sostenuto anche dai due cavalli supersinistri Gebrazac (che è a sinistra ma con libertà) e General du Pommeau (che è a sinistra ma cerca di rifondare).
Liberi per la pista corrono l’automo destrorso Hirosaka e il libertino/libertario Grace Ducal.
Questi i risultati fatti segnare dai cavalli (tra parentesi la differenza rispetto all’ultima gara ufficiale, il GP d’Europa di Aprile):
VARENNE 33 (+1,8) GROOM DE BOOTZ 12,5 (+0,4) IPSON DE MORMAL 6,7 (-0,2)
FAN IDOLE 28,7 (-2,5) GEBRAZAC 2,2 (+0,5) GENERAL DU POMMEAU 2,2 (+0,4) GALOPIN DU RAVARY 8,1 (+0,5)
Ore 23.51: Ladies and Gentlemen: the next President of the United States of America. Obama sul palco con moglie e figlie davanti a una marea di persone.
Ore 23.49: Anche George W Bush ha chiamato Obama per congratularsi.
Ore 23.46: si festeggia fuori dalla Casa Bianca e ad Harlem. A Chicago attendono la discesa sulla terra di “the One”. Io sono un pò triste, ma è la democrazia.
Ore 23.32: Allucinante Repubblica: “L’America cambia pelle” è il titolo più brutto, inadatto e involontariamente (spero) razzista che si potesse scrivere.
Ore 23.29: Tra pochi minuti parlerà Obama. A Chicago, intanto, è iniziata la festa.
Ore 23.13: McCain riconosce la vittoria a Obama. Bellissimo discorso di un John McCain commosso.
Ricordo della nonna di Obama: “da lassù sarà orgogliosa del nipote”.
“Se abbiamo perso, la colpa è mia, non vostra”.
Un’ovazione quando nomina Sarah Palin.
Davvero bello questo discorso, non banale e coraggioso. Tutto l’amore di un grande uomo per una grande nazione.
Ore 23.12: McCain sul palco in Arizona
Ore 22.55: BARACK OBAMA E’ IL 44ESIMO PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI.
Ore 22.27: Aggiorno la mappa assegnando Colorado, New Mexico, Ohio e Pennsylvania a Obama
Ore 22.07: Addio Virginia, Colorado, New Mexico, Florida. E’ ObamaNation.
Ore 21.32: Obama consolida in Florida, Ohio, Pennsylvania e riduce lo svantaggio in Virginia. Ormai la corsa è compromessa.
Ore 21.06: la Georgia va a McCain.
Ore 21.02: Fox News ha chiamato l’Ohio per Obama. Landslide.
Ore 20.53: Pochi minuti e chiudono le urne anche in Colorado e New Mexico
Ore 20.38: McCain recupera in Florida, – 3%
Ore 20.36: La Cnn chiama la Pennsylvania per Obama. E’ in salita.
Ore 20.08:Aggiorniamo la mappa con i primi stati assegnati. Nessuna sorpresa per ora, anche se la West Virginia la assegniamo a McCain non troppo convinti. Per il resto ci sembra davvero presto ma rileviamo il vantaggio del candidato democratico.
Ore 20.03: Anche l’ABC ha chiamato la Pennsylvania per Obama.
Ore 20.01: la NBC ha appena assegnato la Pennsylvania a Obama
Ore 19.52: Florida ancora malissimo, mentre si rafforzano le voci di una North Carolina che starebbe scivolando nella colonna di McCain.
Ore 19.42: con il 9% dei voti scrutinati, Obama ha un vantaggio considerevole in Florida (+10%, 55-45). Bruttissimo segnale.
Ore 19.29: Alcuni aggiornamenti Florida, 2% dei voti scrutinati: 57-43 Obama
Indiana, 19% dei voti scrutinati: 51-48 McCain
Nazionale, 1% dei voti scrutinati: 51-48 Obama
Ore 19.23: guardando le contee, in Indiana si mette male. Lo dicono sia Andrea che l’analista Cnn.
Ore 19.14: Indiana veramente sul filo dei voti. 50-49 per McCain con il 9% dei voti scrutinati
Ore 19.01: Warner(D) batte Gilmore(R) al Senato in Virginia. Peccato, visto da vicino Gilmore era simpatico
Ore 19.00: Stando agli esperti, i mercati stanno reagendo come se…
Ore 18.53: La Cnn “chiama” il Vermont per Obama e il Kentucky per McCain. Gli altri “too close to call”
Ore 18.50: 3% dei voti scrutinati, Obama +2
Ore 18.38: Tragedia Kentucky: 51-48 McCain
Ore 18.32: Primo Kentucky: 66-33 McCain; Primo Indiana: 51-48 Obama
Ore 18.15: piccola pausa telefonata. Nei commenti a HotAir: in Virginia solo il 20% dei votanti sarebbe AfroAmericano, un incremento modesto (+1%) rispetto al 2004.
Ore 17.40: Un exit poll citato da Drudge Report dà la Pennsylvania a +15 Obama.
Ore 17.36: prima sorpresa: nel 2004 i nuovi elettori erano l’11%, quest’anno solo il 10%
Ore 17.29: Questa mail sta girando nei quartieri generali democratici del New Hampshire: These next four hours on the ground in New Hampshire could determine the election. If you have sixty spare minutes between now and 7:50, please consider coming down to our office at 130 Water Street in Exeter to canvass or make calls. We need to turn each of the people on our list out to vote. ————– National Call Team, Barack needs your help right now — our data indicates that the results will be very close in many states. I can’t emphasize enough how urgent this message is.
Ore 17.21: possibili frodi elettorali sono state segnalate in New Hampshire e Pennsylvania.
Ore 17.12: Rush Limbaugh ha appena detto di avere “good feeling” su Pennsylvania e Virginia
Ore 17.00: Fra qualche minuto il primo exit poll (a cui non crederemo)
Ore 16.47: non ci credete, ma questi sarebbero alcuni internals dall’headquarter di McCain:
Sono ovviamente farlocchi ma crederci non costa niente e ci allunga la serata.
Ore 16.33: Gli exit polls per le primarie democratiche hanno mediamente sovrastimato il risultato di Barack Obama del 7%. Pay attention. Fra mezz’ora dovrebbero iniziare a circolare exit polls più o meno ufficiali
Ore 16.17: Metto la mappa interattiva, spero si veda, starà lì fino alla fine e si colorerà man mano che i risultati arriverano.
Ore 16.14: Inizia il final liveblogging. Siamo stati ai seggi e oggettivamente non c’era tantissima gente. I ragazzi lì ci dicono, però, che il turnout è il più grande degli ultimi vent’anni.
Le preferenze sono un tema su cui si concentra la battaglia elettorale per le prossime europee fin da adesso. Berlusconi l’ha appena dichiarato a “Porta a porta”: lui vuole lo sbarramento al 5% e niente preferenze, perché «con le preferenze si corre il rischio di tornare al finanziamento occulto». Dalla parte opposta, Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc, risponde con un avvertimento: «L’Udc si presenterà alle elezioni europee con un simbolo che porterà la scritta “Sì alle preferenze”, perché l’Udc vuol trasformare le elezioni a favore della gente». Alla Camera, nei lavori per la riforma della legge elettorale, il relatore Giuseppe Calderisi (del Pdl) ha già annunciato la sua idea centrale: «Le preferenze indeboliscono i partiti». Lo scontro è aperto. Non c’è dubbio che le preferenze indeboliscono i partiti, il vantaggio è che rafforzano la democrazia. Si va a votare quando un Parlamento non funziona più e bisogna sostituirlo oppure ha finito il ciclo della sua legislatura.
Gli elettori devono poter dimostrare col voto se sono contenti dei parlamentari uscenti, e in tal caso li confermano, o se sono scontenti, e in tal caso li sostituiscono.
Il potere di scelta degli elettori deve poter esercitarsi sia sui partiti che sugli uomini. Un elettore può esser contento di un partito, ma non dei deputati o dei senatori di quel partito. In questo caso, con le preferenze, ne vota degli altri. È in questo modo che il Parlamento può dirsi scelto dagli elettori e che la democrazia è completa. Con l’abolizione delle preferenze si dimezza la democrazia perché si realizza una conseguenza paradossale: è il Parlamento uscente, non il popolo, che sceglie il Parlamento entrante.
Il Parlamento uscente, come ogni lettore di questo articolo sa, tramite i partiti e le loro segreterie, compila le liste dei candidati e nelle liste colloca ai primi posti coloro che vuole siano eletti: il Pd o il Pdl possono collocare al primo posto, in qualsiasi regione, un funzionario legato al segretario o al premier e il popolo di destra o di sinistra, semplicemente votando destra o sinistra, vota automaticamente quella scelta. Il governo che decade perché non ha più la fiducia del Parlamento, in genere non ce l’ha neanche del paese.
Ma il paese non ha la possibilità di manifestare questa sfiducia negli onorevoli: non ha più il potere di eleggere, ha solo il potere di ratificare la nomina fatta da altri. Non è un caso che l’abolizione delle preferenze, da noi, sia stata introdotta da un Parlamento che decadeva e sapeva che nella consultazione seguente non avrebbe più avuto la maggioranza. Abolendo le preferenze, impedì che il malcontento popolare tagliasse via i parlamentari più sgraditi.
Ma l’opposizione non s’è opposta a questa riforma, perché anche l’opposizione vede, nelle liste bloccate, un tornaconto: tutti i partiti, di destra e di sinistra, trovano qui l’occasione per rafforzare il proprio potere. È questo il fattore principale che ha creato la “casta”: impedendo al popolo di scegliere i politici, i politici, autoscegliendosi, si sono chiusi in casta. A rigore, non c’è più la condizione per cui i parlamentari possano dirsi eletti dal basso, adesso sono calati dall’alto.
Quand’erano eletti dal popolo, per mezzo secolo han goduto dell’immunità: la legge non osi toccare chi è stato scelto dal popolo, perché è come se toccasse il popolo. Il popolo è la fonte del potere. Abolendo le preferenze, la fonte del potere passa nei partiti. I parlamentari, deputati e senatori, sono un’emanazione delle segreterie dei partiti e perché la legge non dovrebbe toccare i segretari dei partiti, che esprimono interessi non del popolo, ma di gruppi? L’abolizione delle preferenze decurta la democrazia e pone un problema costituzionale.
di Ferdinando Camon, Messaggero Veneto.
Ecco, sinceramente, non avrei saputo dirlo meglio. Aldilà di ogni bizantinismo e di ogni arrampicata sugli specchi dei professionisti delle segreterie temporanee con il consenso altrui.
Tutto bene ieri all’assemblea che doveva sancire la fusione a freddo tra Forza Italia e An. Fusione un pò più a caldo del previsto con un intervento intenso e puntuale di Isidoro Gottardo e un altro, di grande spessore, del Presidente Tondo.
Mi ha letteralmente entusiasmato, però, Roberto Menia. Coordinatore Regionale di An, bollato spesso come “nostalgico”, ha riempito i cuori della platea parlando di cose così banali che nemmeno si usano più: democrazia, militanza, partecipazione, preferenze, selezione della classe dirigente.
Un discorso bello, perchè sentito e sincero. Il passaggio migliore sulla libertà. “Che libertà può avere un parlamento in cui tutti sono nominati?”. Già, caro Menia, ce lo chiediamo sempre anche noi.
Poi ha fatto il solito richiamo alla Nazione. A Dio, Patria, Famiglia e compagnia briscola. In molti si sono concentrati su quello, ma il cuore dell’intervento era altrove. E’ che, ogni tanto , fa comodo ascoltare quel che si vuol sentire e non quel che uno dice.
Stasera alle ore 18.30 arriva Frattini a battezzare la nascita del Pdl regionale. Qui parlano di grandi coreografie, palco superfigo, luci e musiche suggestive.
I giudizi ve li do nel post-convention. Per ora sappiate che non ho cambiato idea: o questo Pdl nasce democratico o non nasce proprio.
E non si impara a un casting Mediaset, cara ministro Carfagna. Fino a ieri sera autentica vittima di questa orda di barbari dipietristi-giustizialisti-fancazzisti-girotondisti.
Poi, quel comunicato, in cui non ha il coraggio di chiamare Sabina Guzzanti col suo nome e le attribuisce l’identità soltanto derivata di “figlia di Paolo Guzzanti”. Come se non esistesse al mondo una Sabina Guzzanti con una sua ragion d’essere.
Così non va, cara Carfagna. Non va proprio per niente. Perchè siamo d’accordo su tutto: l’attacco di ieri in piazza è stato disgustoso e vile, violento e scurrile. Ma nulla toglie alla gravità di quel comunicato, uscito dritto dall’ufficio stampa di un ministero. Che è una cosa molto più seria di una piazza, molto più seria di un palco da cui sbraitano gli agitatori di popolo agitati da Di Pietro, molto più seria di un’intercettazione telefonica di cui ormai nessuno nega l’esistenza.
Molto più seria anche del prossimo reality di Canale 5: “Ministri”, condotto da Maria de Filippi. Dove ti basta saltare, ballare, farti un anno con Mengacci, due col Bagaglino e finisci dritto dritto in un dicastero a tua scelta. Senza Portafoglio. Almeno quello.
E’ vero, anzi verissimo: non era quello il luogo per dirlo. E’ vero, anzi verissimo: chi sta al governo non deve sfruttare le occasioni istituzionali per fare politica. Ed è vero, anzi verissimo: probabilmente i toni e i modi non sono quelli giusti.
Ma è altrettanto vero, evidente, manifesto che oggi Silvio Berlusconi ha detto con chiarezza a Confersecenti quello che una grandissima e silenziosa maggioranza degli italiani pensa: alcuni giudici, per come si comportano, per come agiscono, per come si muovono all’interno del nostro sistema costituzionale rappresentano un grande, gravissimo problema per il compiuto funzionamento della nostra fragilissima democrazia.
Mentre parlava Berlusconi una parte del pubblico ha fischiato, un’ altra ha applaudito. Quando Silvio ha iniziato ad attaccare i giudici, però, spontaneamente, è partito un applauso. Uno di quelli che non controlli, uno di quelli che sfuggono alle logiche delle claque e delle messinscene per fotografi e cameramen. E’ partito dalla pancia degli esercenti. Che è un pò la pancia di Confindustria. Che è un pò la pancia del paese. Quella, per intenderci, che non si sente rappresentata dai vertici e che non ama quelli seduti in prima fila.
Questo post ha provocato più di qualche reazione da parte degli amici. Francamente me lo aspettavo, e lo accetto di buon grado. Perchè le critiche sono sempre benvenute quando arrivano da personemoltointelligenti.
Allora, chiariamo alcune cose: io sono favorevole a riformare il nostro sistema giudiziario e ad abolire quella cosa assurda che va sotto il nome di “obbligatorietà dell’azione penale”. E sono anche favorevole a prevedere l’immunità per le alte cariche dello Stato. E sono pure favorevole alla limitazione drastica delle intercettazioni.
Non posso concepire, però, che un uomo intelligente come il Presidente Berlusconi non capisca cosa innesca un provvedimento (urgente…) che cerchi di riformare alcuni aspetti dell’assetto giudiziario del nostro paese ottenendo come primo e più evidente risultato la sospensione del suo processo (a due udienze dal termine). E siccome non posso pensare che sia diventato stupido in meno di un mese, devo iniziare a ragionare sui termini della questione. E devo, lo devo alla mia coscienza di uomo libero, iniziare a pensare che, forse, io e il Presidente abbiamo una concezione diversa della res publica.
Detto tutto questo, plaudirò, e lo farò convintamente, quando vedrò un Disegno di Legge (e non un emendamento ad un decreto) che prenda seriamente in considerazione l’idea di riformare il nostro sistema giudiziario. Lo apprezzerò se abolirà l’obbligatorietà fittizia dell’azione penale, se preserverà le alte cariche dello Stato (elette) dagli attacchi politici di alcuni (solo alcuni) giudici partigiani, se prevederà un modello autenticamente garantista e procedimenti con tempistiche da paese civile e non da terzo mondo.
Sarà una bellissima riforma, soprattutto se riusciremo a farla nell’interesse del Paese tutto, senza pensare che una norma, piuttosto che un’altra, può favorire o penalizzare qualcuno. Togliendoci, noi per primi, quel riflesso condizionato che ci fa fare certe sciocchezze e ci fa perdere il contatto col paese reale.
Quello che chiede meno tasse e più libertà, quello che chiede più sicurezza, quello a cui dei processi del Premier non gliene frega un bel niente. E odia quando i telegiornali ne parlano per ore senza dire nulla.
Quel che temo,però, è che inizi ad odiare anche quella Politica che (a favore o contro) se ne occupa con troppa, morbosa, puntualità.
Quel processo è arrivato al passo finale, mancano due udienze alla sentenza. Si capisce la fretta, il conflitto d’interessi, l’urgenza privata, l’emergenza nazionale che ne deriva, la vergogna di una nuova legge ad personam.
Con ogni evidenza, per l’uomo che guida il governo non è sufficiente vincere le elezioni, e nemmeno stravincerle: non gli basta avere una grande maggioranza alle Camere, parlamentari tutti scelti di persona e imposti agli elettori, una forte legittimazione popolare, mano libera nel dispiegare legittimamente la sua politica. No. Ancora una volta a Berlusconi serve qualcosa di illegittimo, che trasformi la politica in puro strumento di potere, il Parlamento in dotazione personale, le istituzioni in materia deformabile, come le leggi, come i poteri della magistratura.
È una coazione a ripetere, rivelatrice di una cultura politica spaventata, di una leadership fuggiasca anche quando è sul trono, di un sentimento istituzionale che abita la Repubblica da estraneo, come se fosse un usurpatore, e non riesce a farsi Stato, vivendo il suo stesso trionfo come abusivo. Col risultato di vedere il Capo dell’esecutivo chiedere aiuto al potere legislativo per bloccare il giudiziario. Qualcosa a cui l’Occidente non è abituato, un abuso di potere che soltanto in Italia non scandalizza, e che soltanto l’establishment italiano può accettare banalizzandolo, per la nota e redditizia complicità dei dominati con l’ordine dominante, che è a fondamento di ogni autoritarismo popolare e di ogni democrazia demagogica, come ci avviamo purtroppo a diventare.
Se non fosse che mi fa malissimo ammetterlo, dovrei dire che sì, è quello che ho pensato anche io ieri sera. Tolti i toni apocalittici sulle intercettazioni e quello scempio democratico che è la gogna mediatica, sul resto Ezio Mauro tutti i torti non ce li ha.
“Dieci minuti in cui l’Italia aveva alzato la testa dalla palude dell’appeasement prodiano. Per poi riabbassarla mestamente, in nome di una realpolitik fuori dal tempo e dalla storia.”
Questa cosa della Robin Hood Tax adesso scatenerà una fatwa liberista contro il nostro divino Giulio. Lui non si scomporrà più di tanto, andrà avanti e tra cinque-sei anni daranno ragione a lui.