Bye Bye Barack!

Wednesday, January 20th, 2010

Miracle in Massachusetts, The Hot Joints
Happy Anniversary, Mr President! Ace of Spades
Liberty 1 – Tyranny 0, Pajamas Media
Winners, Losers and a Lesson from Tuesday, Big Government
“This one’s for you, Mary Jo”, Gateway Pundit
The Massachusetts Miracle, PowerLine
41st! Atlas Shrugs
Congratulations to Scott Brown, Conservatives4Palin
We win, They Lose, Right Wing News

 

Ritorniamo alle cose serie

Saturday, October 31st, 2009

Dopo trans, escort, intrighi, video, documenti rivelati e altre italiche amenità ritorniamo a parlare di cose serie. Non è una settimana come le altre, questa. Si vota in Virginia, si vota nel distretto di NY 23 e si vota nel New Jersey. Si vota in America, insomma.

Esattamente un anno fa, in queste ore, io e Andrea giravamo in lungo e in largo la Prince William County, nel nord della Virgina, uno dei toss up per antonomasia della sfida McCain-Obama. Come tutti sapete ha vinto Obama e la Virginia è diventato uno stato Blu democratico. Martedì la rivincita con Bob McDonnell candidato dei repubblicani che sfida il democratico Deeds. Tifiamo Bob, come si può facilmente intuire. E lo vediamo pure favorito.

Poi c’è New York 23, un distretto dove si sono candidati il democratico Owens, il repubblicano Scozzafava e il conservatore Hoffman. La destra americana si è spaccata tra il candidato dell’establishment (Scozzafava) e quello della base repubblicana (Hoffman): alla fine ha vinto la gente e questa mattina Scozzafava si è ritirata. Non è una sfida da poco perchè oltre al seggio c’è in palio il futuro del Gop e la sua anima più profonda. Una prima vittoria, i conservatives come noi, l’hanno ottenuta costringendo Scozzafava e l’establishment del partito a fare un passo indietro. Potere della democrazia.

Ah, tanto per essere chiari: quando anche nel centrodestra italiano potremmo ricusare candidati di sinistra mascherati da uomini di destra allora anche noi saremo molto contenti. Fino a che i deputati si scelgono al chiuso di una stanza in tre o quattro, questo PdL non sarà nient’altro che il fan club di Silvio Berlusconi. Niente di male ma, guardando oltreoceano e ricordandoci la splendida esperienza di qualche anno fa, noi ci siamo stufati.

 

C’era una volta l’America

Thursday, September 24th, 2009

C’era una volta l’America del “dissidenti di tutto il mondo,unitevi”. Una nazione che ci aveva conquistato con il suo carico ideale, la sua capacità di essere speciale, il suo sentirsi in missione per sconfiggere la tirannia e liberare i popoli oppressi. Con un buon tasso di retorica, d’accordo, e magari con un pizzico di demagogia. Ma era quello il paese di cui ci eravamo innamorati. Perché, al di là dalla temperie, del momento storico e della polemica politica quotidiana, l’America ha rappresentato per tutti noi l’idea di una libertà che era bella proprio perché universale, impossibile da rinchiudere nei confini di una nazione grande ben oltre la sua estensione geografica.

A capire tutto questo non c’è stato solo George W Bush e la sua, per alcuni bizzarra, teoria dell’esportazione della democrazia. Ci sono stati, prima di lui, Bill Clinton e John Fitzgerald Kennedy, Harry Truman e Ronald Reagan. Presidenti che riuscivano a parlare alla loro nazione e al resto del mondo, rilanciando l’idea di un’America pronta a impegnarsi per la sicurezza propria ma anche per la libertà altrui. Era, in fondo, il sogno americano. E per anni abbiamo vissuto in una perenne sindrome da “arrivano i nostri”. Ogni volta che c’è stato un problema, ogni volta che vedevamo compiersi un’ingiustizia, sapevamo (talvolta esagerando nella nostra fiducia) che gli americani sarebbero stati lì, dalla nostra parte.

Kuwait City, Kabul, Baghdad, Kosovo: c’erano spesso interessi economici e geopolitici in gioco ma a noi è piaciuto pensare che ci fosse anche un dato ideale a portare migliaia di marines in giro per il mondo a garantire la libertà e la democrazia. Così, quando abbiamo visto gli iracheni e gli afghani votare per scegliersi una costituzione e un governo, abbiamo pensato che sì, la libertà si poteva esportare. Perché non stavamo esportando un modello precostituito ma la semplice opportunità di scegliersi un modello.

La tensione antitotalitaria di quegli anni sembra essersi sciolta come neve al sole, da quando Barack Obama ha preso possesso dello Studio Ovale. Più che il comandante in capo del mondo libero, il 44esimo presidente americano, sembra un capo di stato che ha appena perso la guerra e gira il mondo e le sedi internazionali chiedendo scusa per tutto quel che è stato e che non sarà mai più.

Esattamente un anno fa, George W Bush andava alle Nazioni Unite a dire che Siria ed Iran continuavano ad essere dei pericolosi regimi, partner internazionali dei terroristi . Rivendicava con coraggio il merito di aver destituito i talebani e Saddam Hussein con operazioni che non sono state per nulla unilaterali come vorrebbero farci credere (più di trenta le democrazie coinvolte nelle due operazioni) e che, al di là del rafforzamento degli interessi americani e alleati nell’area, hanno certamente portato all’affrancamento di almeno 50 milioni di persone che da sudditi si sono trasformati in cittadini.
A 12 mesi di distanza dall’ultimo discorso di Bush all’Onu, il nuovo presidente americano incassa gli applausi di numerosi leader sinceramente antidemocratici e consegna alla storia il nuovo multilateralismo spinto che dovrebbe caratterizzare le prossime mosse dell’amministrazione a stelle e strisce.

Non ci spaventa il pensiero che gli Stati Uniti vogliano coinvolgere altri paesi nella lotta alle tirannie: è stato così in passato e per fortuna sarà così anche in futuro. Ci terrorizza, invece, l’ammissione che questa grande nazione ha fatto di fronte al mondo intero, certificando la paura di fare quello che le riesce meglio: osare, schierarsi, scegliere. Anche a costo di indispettire qualcuno, anche a costo di rimanere isolata, anche a costo di disegnare utopie. Quando parlavano i recenti presidenti americani, i tiranni si arrabbiavano, non applaudivano e tutti noi ci sentivamo più vicini ai dissidenti che ai regimi. Ieri, per la prima volta, non è stato così.
L’impressione è che nel tentativo di consegnare alla storia George Bush, Barack Obama stia archiviando l’idea stessa di America.

 

Uno qualsiasi

Tuesday, September 22nd, 2009

Parla dell’Afghanistan e sembra Di Pietro, va all’Onu e parla come Al Gore. Io sono americano dentro. E vorrei  tanto un altro presidente, uno qualsiasi.

 

Change?

Friday, August 28th, 2009

Il Job Approval del Messia Barack Obama è 51.8 Approve, 41.8 Disapprove, con uno spread di 10 punti tra favorevoli e contrari. Dopo lo stesso periodo di governo, al primo mandato, il Job Approval di quell’incompetente di George W Bush era 56.3 Approve, 33.7 Disapprove, con uno spread di 22 punti percentuali.

That’s Change!

 

Continuiamo a preferire W

Tuesday, July 28th, 2009

Obama spegne le news anti-Castro, magari manderà anche due righe di scuse al dittatore cubano per il disturbo.

Siamo perfettamente in minoranza, ma continuiamo a preferire George W, quello del “dissidenti di tutto il mondo unitevi”.

 

Buon compleanno

Saturday, July 4th, 2009

We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness. That to secure these rights, Governments are instituted among Men, deriving their just powers from the consent of the governed. That whenever any Form of Government becomes destructive of these ends, it is the Right of the People to alter or to abolish it, and to institute new Government, laying its foundation on such principles and organizing its powers in such form, as to them shall seem most likely to effect their Safety and Happiness.

Il mio unico manifesto politico.

 

Still the best

Friday, June 19th, 2009

“Government does not create wealth. The major role for the government is to create an environment where people take risks to expand the job rate in the United States”

George W Bush, ieri in Pennsylvania.

Se ancora non vi fosse chiaro perchè preferiamo lui a tutti gli altri.

 

District of Obama, Adieu

Friday, October 31st, 2008

Nel pomeriggio di oggi abbiamo lasciato il District of Columbia e Washington City per dirigerci verso la Virginia. Siamo approdati a Woodbridge, tra Washington e Richmond, ci siamo presi un motel con wi-fi, figro, microonde e macchina del caffè e abbiamo fatto un giretto per la zona.

Domani mattina partiamo alla ricerca dei Palin boys. Inizieremo, Andrea permettendo, il nostro viaggio tra i sostenitori del senatore dell’Arizona. Dopodomani da queste parti è previsto l’arrivo, in ordine sparso, del ticket repubblicano.

 

Freedom Photos [-6 to Armageddon]

Friday, October 31st, 2008

In viaggio con Moleskine, penna e biglietto. C’è tutto.

Scrutando quel che ci riserva il futuro

Io e Lui ready to fight for America.

Se vincesse Obama reagiremmo così.

In aereo mi sono guardato Disney Channel

Lo stewart, sosia di Peter Griffin

Washington, District of Columbia

Campo da baseball dove si divertono i bimbi

 

Aspettando i dibattiti

Tuesday, September 23rd, 2008

Una sola certezza: saranno decisivi. Anzi no.

Il dubbio, amletico, è proprio questo: quanto contano i dibattiti? Su che elettori hanno effetto e,cosa più importante, quanto spostano in termini numerici?
Stando all’esperienza del duello Bush-Kerry dovrebbero contare pochissimo. Kerry, a detta dei principali media, li vinse tutti e tre, salvo poi perdere, e di molto, le elezioni.

Continua su CasaBianca2008.