Premiate orologerie italiane

Tuesday, February 16th, 2010

Ci sono due o tre cose che vanno dette riguardo questa indagine che coinvolge Bertolaso, alcuni suoi collaboratori, diversi politici e qualche appalto malgestito. E sono due o tre cose che chi fa politica non può fare a meno di notare. Siamo alla vigilia di elezioni regionali delicate, così delicate che il Pd è allo sbando, non ne imbrocca una nemmeno per sbaglio e la sua classe dirigente (o presunta tale) sembra uscita da un film di Muccino e pare essere composta o da grandi vecchi che non capiscono o da giovani isterici incompresi. Appoggia Boccia in Puglia e vince Vendola, candida Penati in Lombardia e Formigoni si appresta ad asfaltarlo, non sa che pesci pigliare nel Lazio e appoggia un candidato di un altro partito.

Una crisi talmente evidente che in almeno tre corse (Puglia, Veneto e Lazio) con 15 milioni di abitanti interessati il Pd non ha un suo candidato e sostiene gente che fa a gara a dire che con il Pd non c’entra niente(Vendola, Bortolussi e Bonino). Così, solo per ricordare a tutti che fine ingloriosa ha fatto la straordinaria vocazione maggioritaria dei Kennedy di casa nostra. In uno scenario di questo tipo, dopo averle provate davvero tutte, c’era una soluzione e una soltanto che potesse evitare il tracollo globale e totale di questa sinistra.

Non un nuovo progetto politico, non una nuova piattaforma programmatica, non alleanza di nuovo conio. Perché tutto quello che i democratici hanno prodotto in anni di opposizione senza se e senza ma a Berlusconi è risultato inutile quando non dannoso.

Così come è risultato totalmente inefficace l’assedio giudiziario ad un Presidente del Consiglio più forte persino dell’armata brancaleone manettara di Di Pietro&co. Per colpire Berlusconi, occorreva ed occorre colpirne gli uomini migliori, non quelli più in vista ma quelli che meglio hanno rappresentato il centrodestra in questi mesi. E così è arrivato il fango – con tanto di intercettazioni sbattute in prima pagina – su Guido Bertolaso e su Denis Verdini.

Uno è stato il campione del brand “Italia del fare” tanto caro al Cav, l’altro l’attento tessitore di tutte le trame che hanno permesso al Pdl di diventare il primo partito italiano e di restare tale nonostante le bufere, le divisioni, le incomprensioni, i colonnelli. Colpisce di questa vicenda che ancora non si sia capito bene di che diavolo stiamo parlando, cosa abbia ottenuto Bertolaso in cambio di cosa e quale sia il ruolo di Verdini in questa vicenda.

Ma intanto sulle prime pagine spunta la parola “indagato”, così come spuntò l’avviso di garanzia a Berlusconi prima di un G8. Fu, dal ’94 ad oggi, l’unico vero atto di opposizione che abbia sortito un qualche effetto concreto contro l’odiato regime del Cavaliere nero. Parlare delle indagini, oggi, è come o peggio che discutere del sesso degli angeli. A Bertolaso e Verdini diamo la solidarietà che si deve a tutti quelli che per sbaglio o per disgrazia finiscono nel tritacarne di una giustizia più mediatica di una puntata di Forum.

Detto questo, gli auguriamo buon lavoro: ci sono emergenze da gestire con professionalità e un partito da guidare alla vittoria delle prossime regionali.

 

La destra che non si vede ma esiste

Thursday, February 4th, 2010

Quelli del Corriere, tronfi delle firme che vergano le loro pagine della cultura, ogni tanto si rendono conto di essere noiosi e così provano a scuotere le coscienze con articoli come quella “Eclissi della destra che vince ma non ha più identità”. Sempre ammesso che la destra italiana abbia mai avuto un’identità precisa, verrebbe da rispondere. Altrimenti, il successo di Berlusconi di riunire missini, liberali, socialisti, democristiani, conservatori, riformisti e altre compagnie varie da dove arriverebbe?

Dario Mazzocchi, Notapolitica

 

La rivolta

Wednesday, January 13th, 2010

Chiamatelo Tea Party all’italiana o rivolta della libertà, il tema politico della candidatura di Renata Polverini alla Regione Lazio è che a buona parte del centrodestra non piace. E questa volta sembra essere un pensiero decisamente trasversale: il radicale Jimmomo, il liberista Lakeside, il conservatore Giova sembrano tutti allinearsi in un fontre contrario alla candidata preferita da Gianfranco Fini. Tutti impazziti? Forse no. Forse semplicemente questo partito, abituato a calare dall’alto qualsiasi scelta, rischia di scontrarsi con una realtà per una volta più complessa del rassicurante sorriso di Silvio Berlusconi. E non basterà Silvio Berlusconi a garantire sulla candidatura di questa sindacalista figlia di una politica di sinistra, amica più della Cgil che delle partite Iva e candidata sulla base degli ottimi risultati ottenuti alla guida di un sindacato di cui si ostina a non voler fornire i numeri veri.

Update/1: Jean, Mai votato comunista

 

Chiarire, please

Monday, January 11th, 2010

Certamente una spiegazione ci dev’essere. E chi si candida a governare una Regione (e una Sanità) tra le più importanti in Italia ha il dovere di chiarire, smentire e spiegare. La giustificazione (ridicola) di non voler coinvolgere il sindacato in una campagna elettorale non regge nemmeno per un secondo. Renata Polverini è candidata nel Lazio perchè è segretario dell’Ugl e quindi dev’essere in grado di giustificare anche le virgole di quel che ha fatto da segretario di quel sindacato.

Il non voler rispondere appare una mezza ammissione di colpevolezza. E sarebbe grave, che per far dimenticare un Presidente di Regione che andava a trans con l’auto blu, ci affidassimo a una che non è in grado di dirci quanti iscritti ha il sindacato di cui è stata per anni la leader indiscussa.

 

Eravamo quelli là

Wednesday, December 2nd, 2009

Due dicembre 2006, ore 17.16: Silvio Berlusconi sale sul palco di una piazza San Giovanni piena di bandiere di Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega Nord. Una piazza riempita da un numero impressionante di persone e da un tasso altrettanto impressionante di entusiasmo. E’ il Popolo della Libertà, diranno i posteri. Al di là delle enfasi del momento, era il centrodestra unito che scendeva in piazza e non era poco.

C’erano tutte le anime di quella che è stata Forza Italia, c’erano le correnti di An, c’era la Lega col suo carico di folklore e di messaggi spicci. C’era quello che per anni avevamo inseguito, il sogno fusionista di un grande partito di centrodestra capace di catalizzare, sintetizzare, dare voce alla maggioranza silenziosa degli italiani. Poi c’erano Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, sul palco, uniti. Con il Cav che spiegava alla piazza come “le questioni personali non c’entrano, siamo tutti insieme una grande leadership” e l’altro che rincarava la dose: “nessuna invidia può dividere quel che la piazza ha unito” .

Tre anni dopo siamo qui a leccarci le ferite di un centrodestra che non ha saputo, oggettivamente, andare oltre quegli slogan. Ritornati al governo del paese, più per i demeriti di una sinistra allo sbando che per meriti nostri, non siamo riusciti ad imprimere  l’accelerata necessaria all’Italia per uscire dalle secche. C’è stata (e c’è) la crisi, ma c’è stato (e c’è) un governo che non ha avuto il coraggio di osare per le cose in cui crede il suo elettorato: l’abbassamento delle tasse, l’allegerimento della burocrazia, il taglio della spesa pubblica.

Se il dato amministrativo non è dei migliori, quello politico è pure peggio. E’ nato il Pdl ma non è mai cresciuto. Il partito ha replicato al suo interno i difetti tipici del nostro paese: tutto ruota intorno a Berlusconi, tutti divisi tra i filo-premier e quelli che, sotto sotto, non lo reggono più. Lungi dal volerci schierare in questa battaglia che è solo e soltanto di potere e poco o nulla di contenuti non possiamo non far notare che, dal coordinatore del più piccolo comune italiano fino al presidente, tutti sono nominati, nessuno è eletto. Un movimento che si chiude a riccio sulla sua sedicente classe dirigente, che ha perso ogni contatto con il mondo reale, che mortifica ogni giorno di più la militanza e il merito democratico è un partito destinato a morire lacerato dalle guerriglie interne per questa o quella poltrona.

La diatriba Fini – Berlusconi e il continuo punzecchiarsi dei colonnelli altro non sono che la cartina tornasole di un modello leaderistico che non funziona in assenza di legittimazione. Fini, e con lui i tanti peones pidiellini, parlano da mesi di leadership da rinnovare e ancora non siamo in grado di dire a nome di chi parlino, che percentuale di partito rappresentino, dove stia la maggioranza. Noi quel giorno ci abbiamo creduto: abbiamo sperato in un partito “americano”, in grado di darsi regole democratiche condivise, primarie per scegliere i candidati, una classe parlamentare eletta e, magari, una classe dirigente in grado di interpretare davvero il cambiamento. Invece ci siamo ritrovati tra le mani un giocattolo già rotto e già vecchio: parlamentari nominati da questo o quel presunto leader, una schiera indistinta di signorsì e un tasso di democrazia interna vicinissimo allo zero. A questo, si aggiunga l’agonia di un’alleanza, quella tra Fini e Berlusconi, ormai alla frutta.

Eppure noi siamo convinti che un centrodestra in questo paese sia necessario: antistatalista, liberale, conservatore e autenticamente ancorato ai valori democratici. Noi siamo ancora quelli là.  Ad essere cambiati, in questi tre anni, sono Berlusconi e Fini, che finiranno per trasformare un progetto politico ambizioso in una lite condominiale.

 

Berlusconi 47%, Bersani 35%, Casini 10%

Thursday, November 12th, 2009

In un’ipotesi di corsa a tre Berlusconi – Bersani- Casini per la Presidenza del Consiglio, gli italiani sceglierebbero ancora il Cav. Secondo il sondaggio effettuato da Spincon per Notapolitica, infatti, il Premier sarebbe accreditato del 47% dei consensi degli italiani. Dodici punti indietro (con un distacco invariato rispetto all’ ultimo sondaggio) il leader del Pd, mentre si ferma al 10% la corsa di Pierferdinando Casini come possibile candidato solitario. Un risultato, quello del leader dell’Udc, che raccoglie comunque un numero di consensi nettamente superiore rispetto a quello del suo partito e che finisce per portar via voti, trasversalmente, a entrambi gli schieramenti

Simone Bressan e Andrea Mancia, Notapolitica

 

Ma voi scegliete Blair

Wednesday, November 11th, 2009

Dobbiamo restare sui nostri principi, seguire le nostre idee, le idee basate sulla libertà individuale, sulla responsabilità individuale, sui mercati liberi, sul governo limitato e sulla forte fiducia nella nostra identità occidentale.

Oggi più che mai «le idee hanno conseguenze». Oggi le nostre idee possono avere conseguenze decisive nella costruzione di un’Europa più luminosa. Le nostre idee sono semplicemente le migliori, e dobbiamo lavorare duramente per farle prevalere.

Josè Maria Aznar, Liberal Quotidiano

Due cose mi chiedo, onestamente:
1) Perchè uno così in Italia non ce l’abbiamo?
2) Per quale assurda ragione il centrodestra italiano ha sostenuto e sostiene Tony Blair alla Presidenza UE quando c’è uno così?

 

No, Blair no

Thursday, October 15th, 2009

Il Foglio, come ben sapete tutti quanti, è l’unico quotidiano italiano per cui il sottoscritto è disposto a pagare. E le battaglie del Foglio sono sempre originali, provocatorie, geniali.

Anche quella per Tony Blair presidente dell’Unione Europea è una battaglia bella e intelligente. Ma non la condividiamo.

Tony Blair è uomo di sinistra, di una sinistra alla moda e user friendly. Ma comunque di sinistra. Per noi Tony Blair ha rappresentato molto, nel bene e nel male. E non ci dimentichiamo certo la vicinanza agli Usa nella Guerra al Terrorismo, la capacità di rendere gli Inglesi orgogliosi della propria nazione e una rivoluzione politica che ha avvicinato la sinistra alla gente e la gente alla politica.

Detto questo non ci può sfuggire il dato principale: oltre il rispetto dovuto e la stima meritata, Tony Blair ha convinzioni diverse dalle nostre. Il Daily Mail, nei giorni delle dimissioni di Blair da Primo Ministro, scrisse un pezzo in cui mise in evidenza tutte le cose che non andavano dei dieci anni di blairismo britannico. Oggi ce lo ritroviamo candidato a Presidentissimo dell’Unione Europea e ci viene da sorridere.

Il centrodestra stradomina l’Europarlamento, il Regno Unito sceglie di chiudere con Blair, Brown e il New Labour e tutto quello che sappiamo fare è candidare il buon Tony a capo del carozzone blu con tante stelline?  L’impressione mia personale è che dovremmo avere il coraggio di candidare qualcun’altro, scrollandoci di dosso una volta per tutte questa ridicola soggezione culturale nei confronti della sinistra mondiale.

Io dico Aznar e Rasmussen, per fare due nomi. E mi sembrano molto meglio di Blair, e so che governerebbero l’Europa molto meglio di Blair e so che hanno un’idea di Europa molto più vicina alla mia rispetto a quella di Tony Blair. Forse perchè sono di centrodestra, ma non dovrebbe essere considerato un problema, almeno non da noi.

 

Berlusconi-Fini, lo scontro

Saturday, September 26th, 2009

E’ arrivato lo speciale di Tocqueville sul “duello” Berlusconi-Fini e sul futuro del centrodestra. C’è anche il mio post “Il Cuore si chiama Democrazia”.

Grazie a Jean per lo straordinario lavoro di ricerca che ha fatto. Buona Lettura.

 

Il colpo di teatro del Cav

Tuesday, September 15th, 2009

Le veline in lista, poi le ragazze immagine in camera, il divorzio con sua moglie e quello da Gianfranco Fini. Silvio Berlusconi è un uomo abituato ad affrontare l’emergenza. Ed è un uomo che nell’emergenza tira fuori il meglio.

Nella sostanziale apatia di fine 2008 si inventò i gazebo, il predellino, il Pdl e un partito in grado di rivitalizzare un popolo e il suo leader in un colpo solo. Oggi, in questo assaggio autunnale di 2009, il colpo di teatro potrebbe chiamarsi “election day”. No, non “elezioni anticipate”. Che nella testa della gente suonano simili a “crisi” o a parole così. Proprio “election day”, presentato magari come una grande mossa per risparmiare milioni di euro accorpando elezioni regionali e nazionali ed evitando in futuro di spendere soldi preziosi per i cittadini. Peccato che le legislature, in Italia, non durino mai cinque anni, ma questo potrebbe essere un dettaglio se schiacciato da una massiccia campagna di comunicazione come solo Silvio sa.

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Galan Presidente

Tuesday, September 15th, 2009

Le cose stanno più o meno come le leggete sui giornali. La Lega chiede una presidenza di peso per le prossime regionali e Silvio pare orientato a sacrificare il nordest, regalando il Veneto o a Zaia o a Tosi. L’ultima volta che Berlusconi decise di passare sopra le teste dei territori di una regione delle Tre Venezie è stato nel 2003, in Friuli,  per scegliere Alessandra Guerra (allora Lega, oggi Pd) al posto di Renzo Tondo.

Renzo Tondo era presidente uscente, avrebbe battuto anche l’invincibile Riccardo Illy (cosa che ha fatto cinque anni dopo, tanto per essere chiari) ma ragioni di coalizioni imposero scelte diverse. Siccome la storia dovrebbe insegnare a non commettere mai due volte lo stesso errore, oggi questo blog appoggia la battaglia per Galan Presidente della Regione Veneto. E se proprio volete cambiarlo, facciamo le primarie e vediamo chi le vince.

Qui il sito
Qui l’appello
Qui per firmare

 

La notoria di Casoria

Tuesday, September 8th, 2009

Strepitosa intervista di Skytg24 a Noemi Letizia che, tra le altre cose, sibillina afferma che adesso tutto è possibile perchè “prima non ero notoria”.

Non c’è niente di male a frequentare gente così, tanto bella quanto incapace di esprimere un concetto degno di tal nome. Piuttosto la sinistra dovrebbe chiedersi come mai una ragazza come questa, senza niente da dire, sia diventata il talking point estivo della nostra splendida opposizione.

Davvero non c’era altro? Davvero credono di poter governare il paese aggrappandosi a questo?

 

Riflessioni

Tuesday, September 1st, 2009

Purtroppo sia Forza Italia che Alleanza Nazionale non hanno fatto altro che unire i loro due storici ed irrisolti problemi identitari e invece di costituire il GOP all’italiana e quindi un grande partito conservatore di massa, hanno fondato solamente un grosso partito.

C’era una volta la destra, Conservatori Liberali

Se questo governo Berlusconi arriverà alla fine della Legislatura, come penso, il 2013 sarà l’anno della grande retrospettiva sulla Rivoluzione Liberale promessa nel 1994. Per adesso si può dire che siamo nei termini di una grande rivoluzione liberale Mancata. [...] La sfida del Governo Berlusconi è sempre questa: fare la rivoluzione liberale, non riempirsi la bocca di parole e promesse. Il PDL dev’essere regolato per questa rivoluzione, altrimenti diventerà una nuova ingessata DC.

C’è ancora tempo per cambiare il Paese, Bruno Murgia

Sono due estratti dei due post di apertura di Tocqueville di ieri. E sono significativi di come il centrodestra stia perdendo una grande occasione, per modernizzare il paese e per dare un futuro a sè stesso.

 

Ecco perchè

Wednesday, August 26th, 2009

Se leggete Giavazzi oggi, sul Corriere della Sera, comprenderete perfettamente perchè ci siamo innamorati dell’esperienza politica di Silvio Berlusconi, perchè ce ne stiamo lentamente stufando e perchè continuiamo ancora a credere che solo un centrodestra liberista e antistatalista possa cambiare questo paese.

 

Io non C’entro

Tuesday, August 25th, 2009

Ormai il tormentone dell’estate è questo: Pdl e Udc faranno una nuova, mastodontica, alleanza per le regionali 2010? Pare chiaro a tutti, tranne che a Silvio Berlusconi, che l’Udc è tutto meno che un partito di centrodestra. E’ un partito di centro, neo-post democristiano, che ha alcuni obbiettivi tattici e su quelli gioca la sua linea politica. Se qualcuno ha in mente scenari fusionisti è meglio che lasci perdere e guardi altrove. Qui non abbiamo nè conservatori, nè tantomeno liberisti, ma al massimo un’accozzaglia di ex post qualcosa con un gran bisogno di una poltrona su cui sedersi, un  po’ di potere da spartire e poca voglia di pensare ad un progetto di medio periodo (nota per Paulin:vale sia per il PdL che per l’Udc).

Credo che ogni grande partito nazionale abbia il dovere politico di sentire la base sulle questioni locali e lasciare ai territori il compito di determinare alleanze, assetti e coalizioni. Ma sono anche conscio del fatto che in una politica verticistica e romanocentrica come quella che ci ha lasciato in eredità la Terza Repubblica sia impossibile non ragionare senza un quadro complessivo che tutto ricomprende. Se diktat ci dovesse essere, però, dovrebbe essere quello di non fare alleanze con il partito di Casini. Per ragioni ideali, tattiche e strategiche.

Ideali, ma sono quelle che oggettivamente contano meno, perchè non possiamo non tenere conto delle immense diversità esistenti tra le due famiglie politiche che pur richiamandosi ad ogni piè sospinto al popolarismo europeo denotano differenze antropologiche su tutti i grandi temi che interessano il nostro paese. E non siamo di fronte ad opzioni che si completano, quanto più a distanze che, più passa il tempo, più si ingrandiscono.

Le ragioni tattiche stanno nel senso stesso di quest’alleanza. Se dev’essere, deve essere ovunque. Bisognerebbe chiedere all’Udc di uscire dai governi di centrosinistra del Trentino Alto Adigie e di sostenere il governo Berlusconi a livello nazionale. E questo non conviene innanzitutto al PdL che vede nel governo del paese e in un gioco delle parti con la Lega il vero motore del successo elettorale del centrodestra e dell’incapacità del Pd di elaborare una strategia alternativa.

Le ragioni strategiche, quelle che più mi interessano, riguardano non tanto il “cosa vogliamo fare oggi” ma il “cosa vogliamo essere domani”. Chi come me crede nei valori del libero mercato, della libertà di impresa, chi vuole una società incentrata sulla responsabilità individuale e governata da uno stato minimo. Chi, concretamente, chiede meno stato, meno tasse, meno intervento pubblico in economia, una politica estera filo-atlantica e filo-americana. Chi ha a cuore tutto questo, non guarda più al popolarismo europeo come alla stella polare della propria politica ma spera in una coraggiosa svolta conservatrice e riformista, che corra nel solco tracciato all’europarlamento da David Cameron e Mirek Topolanek. Guardata da questa prospettiva, una nuova alleanza con l’Unione di Centro e che con portatori di interessi molto diversi rispetto a quelli di una destra moderna sarebbe, per quei pochi che nel fusionismo “a destra” ci hanno creduto, un vero suicidio politico. Magari, domani, ci ritroveremo con qualche assessore regionale in più ma, statene certi, con una prospettiva politica in meno. Rivoluzione liberale, federalismo responsabile, taglio della spesa pubblica, abbassamento delle tasse ritorneranno ad essere, con buona pace di tutti, argomenti buoni soltanto per qualche editoriale da prima pagina o per qualche discussione da salotto buono.