C’era una volta l’America

Thursday, September 24th, 2009

C’era una volta l’America del “dissidenti di tutto il mondo,unitevi”. Una nazione che ci aveva conquistato con il suo carico ideale, la sua capacità di essere speciale, il suo sentirsi in missione per sconfiggere la tirannia e liberare i popoli oppressi. Con un buon tasso di retorica, d’accordo, e magari con un pizzico di demagogia. Ma era quello il paese di cui ci eravamo innamorati. Perché, al di là dalla temperie, del momento storico e della polemica politica quotidiana, l’America ha rappresentato per tutti noi l’idea di una libertà che era bella proprio perché universale, impossibile da rinchiudere nei confini di una nazione grande ben oltre la sua estensione geografica.

A capire tutto questo non c’è stato solo George W Bush e la sua, per alcuni bizzarra, teoria dell’esportazione della democrazia. Ci sono stati, prima di lui, Bill Clinton e John Fitzgerald Kennedy, Harry Truman e Ronald Reagan. Presidenti che riuscivano a parlare alla loro nazione e al resto del mondo, rilanciando l’idea di un’America pronta a impegnarsi per la sicurezza propria ma anche per la libertà altrui. Era, in fondo, il sogno americano. E per anni abbiamo vissuto in una perenne sindrome da “arrivano i nostri”. Ogni volta che c’è stato un problema, ogni volta che vedevamo compiersi un’ingiustizia, sapevamo (talvolta esagerando nella nostra fiducia) che gli americani sarebbero stati lì, dalla nostra parte.

Kuwait City, Kabul, Baghdad, Kosovo: c’erano spesso interessi economici e geopolitici in gioco ma a noi è piaciuto pensare che ci fosse anche un dato ideale a portare migliaia di marines in giro per il mondo a garantire la libertà e la democrazia. Così, quando abbiamo visto gli iracheni e gli afghani votare per scegliersi una costituzione e un governo, abbiamo pensato che sì, la libertà si poteva esportare. Perché non stavamo esportando un modello precostituito ma la semplice opportunità di scegliersi un modello.

La tensione antitotalitaria di quegli anni sembra essersi sciolta come neve al sole, da quando Barack Obama ha preso possesso dello Studio Ovale. Più che il comandante in capo del mondo libero, il 44esimo presidente americano, sembra un capo di stato che ha appena perso la guerra e gira il mondo e le sedi internazionali chiedendo scusa per tutto quel che è stato e che non sarà mai più.

Esattamente un anno fa, George W Bush andava alle Nazioni Unite a dire che Siria ed Iran continuavano ad essere dei pericolosi regimi, partner internazionali dei terroristi . Rivendicava con coraggio il merito di aver destituito i talebani e Saddam Hussein con operazioni che non sono state per nulla unilaterali come vorrebbero farci credere (più di trenta le democrazie coinvolte nelle due operazioni) e che, al di là del rafforzamento degli interessi americani e alleati nell’area, hanno certamente portato all’affrancamento di almeno 50 milioni di persone che da sudditi si sono trasformati in cittadini.
A 12 mesi di distanza dall’ultimo discorso di Bush all’Onu, il nuovo presidente americano incassa gli applausi di numerosi leader sinceramente antidemocratici e consegna alla storia il nuovo multilateralismo spinto che dovrebbe caratterizzare le prossime mosse dell’amministrazione a stelle e strisce.

Non ci spaventa il pensiero che gli Stati Uniti vogliano coinvolgere altri paesi nella lotta alle tirannie: è stato così in passato e per fortuna sarà così anche in futuro. Ci terrorizza, invece, l’ammissione che questa grande nazione ha fatto di fronte al mondo intero, certificando la paura di fare quello che le riesce meglio: osare, schierarsi, scegliere. Anche a costo di indispettire qualcuno, anche a costo di rimanere isolata, anche a costo di disegnare utopie. Quando parlavano i recenti presidenti americani, i tiranni si arrabbiavano, non applaudivano e tutti noi ci sentivamo più vicini ai dissidenti che ai regimi. Ieri, per la prima volta, non è stato così.
L’impressione è che nel tentativo di consegnare alla storia George Bush, Barack Obama stia archiviando l’idea stessa di America.

 

Change?

Friday, August 28th, 2009

Il Job Approval del Messia Barack Obama è 51.8 Approve, 41.8 Disapprove, con uno spread di 10 punti tra favorevoli e contrari. Dopo lo stesso periodo di governo, al primo mandato, il Job Approval di quell’incompetente di George W Bush era 56.3 Approve, 33.7 Disapprove, con uno spread di 22 punti percentuali.

That’s Change!

 

Dieci cose che non vi diranno

Tuesday, August 4th, 2009

Quando i media italiani vi parleranno della riforma sanitaria americana, si dimenticheranno sicuramente di dirvi una decina di cose.

Le trovate qui.

[h/t NewsBusters]

 

The End

Friday, October 17th, 2008

E’ finita. E’ giusto ammetterlo. Sono partigiano, ma sono onesto. Anche il Washington Post si è schierato. E lo ha fatto con decisione e con forza: BARACK OBAMA FOR PRESIDENT.

Ormai è giusto riconoscere la vittoria di chi ha ormai già vinto.

Come nel 2004.

 

Adesso fai il bravo

Friday, October 17th, 2008

Caro John,
io ti voglio tanto ma proprio tanto bene. E ti confesso anche che Barack mi sta simpatico. “A decent man” diresti tu. E sono d’accordo. Un bravo padre di famiglia, un bravo avvocato. Un bravo politico, infine. Di sinistra.

Per questo non lo vogliamo come Presidente degli Stati Uniti. Perchè è dannatamente di sinistra. E non di poco. Non di quel new labour che forse un pò ci può piacere. E’ liberal che più non si può. E,poi, diciamola tutta: non so cosa pensi. Mai. Lo guardo e non capisco. Si incazzerà con gli iraniani? E’ a favore dell’aborto? Abbasserà le tasse?

Potrebbe non importarmene un fico secco. E ci mancherebbe. Vivo in Italia, che è un paese strano, strano davvero e con tutti i problemi che abbiamo qui dovrei farmi un cassettino di cazzi miei e non pensare all’Ohio, alla Pennsylvania, alla Virginia e a tutto il resto.

Però mi piacete voi Americani e, dannazione, mi sentirei un pò meno americano se vincesse Obama. Per questo, caro John, stasera ti prego: vai lì e portati a casa questa maledetta presidenza. Alla Casa Bianca voglio un Americano vero. Un eroe Americano. Non un Kennedy di ultra-sinistra.

 

Fate giocare Sarah

Tuesday, October 14th, 2008

E’ indubbio che Barack Obama stia letteralmente volando verso la Casa Bianca. Soltanto un pazzo non se ne accorgerebbe. Ma è altrettanto indubbio che John McCain è tutto meno che uno sprovveduto. E se decide, come ha deciso, di condurre una campagna elettorale che a noi sembra scriteriata, un motivo ci deve pur essere.

I fatti, per adesso, danno torto al Maverick dell’Arizona ma, e non  leggetela come un’arrampicatura sugli specchi, c’è da ammettere che peggio di così i “fattori esterni” della campagna non potevano andargli. 
Il presidente uscente, repubblicano, è ai minimi storici. L’economia, finanziaria e reale, ha sbandato paurosamente. Il suo avversario gode della simpatia totale ed incondizionata dei media e, last but not least, qualsiasi scandalo coinvolga Barack Obama sembra non interessare a nessuno.

Atteso questo scenario, è evidente che già essere a solo meno sei mi sembra un risultato eccezionale. Peggio di così, salvo che McCain non decida di ritirarsi, il GOP non può scendere.

Se,come sembra, la situazione finanziaria migliorasse allora forse il gradimento di zio Mac potrebbe seguire l’andamento di Wall Street e risalire velocemente. In bilico ci sono ancora moltissimi stati ed un’ultima pazza carta da giocare una seconda volta: Sarah Palin.

La prima volta che è scesa in campo a rivitalizzato la base conservatrice e dominato la convention. La seconda volta ha tenuto il temutissimo dibattito e ha dimostrato di essere accettata anche dall’establishment culturale-giornalistico, la terza volta è quella che ha davanti.

Scatenare la Palin nelle ultime due settimane di campagna è l’unica cosa plausibile che Old John può fare. A meno che non ci sia qualcosa che non sappiamo. In fondo, si chiama Comeback Kid mica per niente.

 

Perchè è la mossa giusta

Thursday, September 25th, 2008

Tutto si potrà dire di lui, tranne che non stia conducendo una campagna da perfetto maverick. Ancora una volta ha spiazzato tutti, ribaltato le regole della politica e inventato una “sospensione” della campagna elettorale per concentrarsi sui problemi del paese. Sembra una mossa folle, in realtà è di una linearità sconvolgente.

Continua su Casabianca2008